6 Dicembre 2022
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L’umorismo dissacrante e scorretto di Ricky Gervais (su Netflix)

di FRANCESCO NIGLIO

Dallo scorso 24 Maggio è disponibile in esclusiva su Netflix “Supernature” il nuovo spettacolo di stand-up comedian di Ricky Gervais, chi conosce il comico inglese o lo ama o lo odia, per chi non dovesse sapere chi è, cominciamo con il dire che si tratta di un comico dall’umorismo controverso. Ha conquistato la fama mondiale con la sua conduzione caustica dei Golden Globe (5 edizioni), very cult di youtube, prendendo continuamente in giro le celebrità e sgretolando quel tocco di ipocrisia buonista che accompagna quel tipo di kermesse. Ricky Gervais non è semplicemente un simpatico conduttore: comico, attore, sceneggiatore, regista e produttore. Ha vinto Bafta, Grammy e Golden Globes, è anche l’ideatore di The Office, la “doppia” serie di culto (sia nella versione Uk che Usa – quest’ultima disponibile sia su AmazonPrime Video che Netflix).

L’umorismo di Gervais è corrosivo, predilige scherzare su tematiche di attualità, scottanti e scomode: a più riprese si è difeso da accuse o polemiche, spiegando che concepisce la comicità come uno scudo e una spada, con cui gli esseri umani si possono difendere dalle avversità e combattere i problemi. Le sue battute spaziano dalla pedofilia al nazismo, si scherza su cancro, tragedie, malattie o guerre: naturalmente, o forse non in maniera così scontata, le questione delicate non sono mai un bersaglio, semmai un mezzo, con cui innanzitutto far ridere, ma in secondo luogo riflettere e sdrammatizzare, per colpire nel segno su questioni in cui anche un approccio serio, comunque, non si dimostrerebbe risolutivo.

L’immagine di sé che offre sul palco, quella del ricco bastardo che si compiace della sua brillantezza e del suo status, è in realtà ben lontana da quello che sembra essere dietro le quinte: attivista politico che si batte tanto per i diritti lgbtq+, quanto contro la destra conservatrice inglese, tanto per la salvaguardia di animali e ambienti, che per prestare il soccorso alle popolazioni in difficoltà.

Il lato più umano e sensibile del comico inglese, quello che meno si vede sul palco, è molto presente invece in altri lavori: anche nella sua carriera cinematografica (come autore) le sue pellicole oltre all’umorismo, conservano una gran dose di umanità e intelligenza: uno sceneggiatore abilissimo e mai banale. Sul grande schermo ha fatto un ottimo lavoro di scrittura, regia e interpretazione con “Ghost town” e “The invention of lying”. Sulla piattaforma dalla grande N rossa, sono disponibili alcune delle sue cose migliorii: “After Life”, le vicende di un uomo rimasto a pezzi dal calvario della moglie, morta di cancro che cerca di fare i conti con il continuare a vivere. Lo scorso Gennaio, è uscita la terza stagione che come al solito è stata un grande successo di critica e “pubblico”; “Derek” una meravigliosa storia sulla gentilezza che ha per protagonista un cinquantenne disabile che lavora in una casa di riposo (anche in questo caso la scelta della disabilità per il protagonista suscitò polemiche); “David Brant: life on the road” il tentativo di sfondare nella musica della versione inglese (e originale, da The Office UK) del più celebre”, Michael Scott, protagonista di The Office Usa.

La Hbo nel 2011 preparò uno speciale sulla comicità “Talking Funny” dove liberamente parlavano tra di loro le facce del monte rushmore della stand-up in attività: Jerry Senfield, Louis Ck, Chris Rock e appunto Ricky Gervais, i tre facevano notare all’inglese, che lui era l’unico a non vivere dei suoi show sul palco. “You don’t need shows, you only do it for fun…you’ve royalties” (“Non hai bisogno degli show, tu lo fai per divertirti …tanto hai le royalty”) gli dice Chris Rock. Infatti l’attività on stage di Gervais non è affatto intensa: dopo il successo di “Animals” del 2003, due tour uno nel 2008 e  l’altro nel 2010, “out of england” e “out of england 2”, veri cult, mentre lo show precedente è del 2018, “Humanity” che come il neorilasciato “Supernature” è in esclusiva Netflix.

Puntualissime, con lo show, sono arrivate le polemiche. Una critica gettonata è stata la noia di ascoltare quanto sia ricco: il comico calca la mano sul suo status e parla di minoranze, cancel culture, disclaimer e tanti altri argomenti delicati, giocando sul far parte anch’egli di una minoranza: quell’1% delle persone più ricche al mondo. Si paragona ad una Rosa Parks che ha lottato per non prendere più l’autobus. Scherza e cita spesso anche Louis CK, amico e collega con cui ha collaborato in diverse occasioni, obliato in seguito alle accuse che il comico americano ha ricevuto nel “mee too” del 2017. Il modo in cui Gervais prende in giro le minoranze, le attenzioni ai pronomi e il cortocircuito linguale che si genera intorno le nuove e più fluide modalità in cui le persone possono identificarsi, non ha la funzione di stigmatizzare, anzi, la sua prospettiva è quella di non generare “categorie protette”, discriminando a sua volta: se si può scherzare su tutto e chiunque, allora lo si può fare fino in fondo. La cosa ovviamente ha generato una pioggia di polemiche. Trovare qualcosa offensivo, spiega il comico, è sempre un parere soggettivo ed una reazione inevitabilmente personale. Lo show si guarda con divertimento, Ricky Gervais è una garanzia, si ride per tutti i 64 minuti, anche se senza picchi straordinari. Non è il suo miglior spettacolo, forse in alcuni casi persino potrebbe sembrare pigro o qualcosa di già visto. Non per questo gli si può dare del bollito, anzi, forse è proprio questo il suo show più interessante: il giocare sulla cancel culture e i disclaimer, sull’inclusione posticcia e all’acqua di rose nell’industria dell’intrattenimento ma anche ragionare sulle questioni di ideologia trans, solleva considerazioni interessanti, anche involontariamente. Lasciando Foucault e “Sorvegliare e punire” su di uno scaffale e senza scivolare in massimi sistemi, è evidente che c’è una grande mancanza di equilibrio e buon senso nel modo in cui vengono gestite molte questioni delicate, forse anche proprio perchè ci si trova a dover fare i conti con l’essere in divenire di una nuova modalità di “punizioni” e “colpe”, non più con un “potere sobrio” che agisce di nascosto, ma con uno che produce ricchezza, opinioni, big data, che divide et impera. Lo stesso modus operandi di Ricky Gervais, che scompone le questioni al punto da conquistarle con una risata.

 

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