Dicembre 4, 2020
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«La grandezza di Morricone? La sua umiltà. Ora faccio “Faust” e una serie per Canale 5»

Intervista al regista Stefano Reali che, tra pochi giorni, dirigerà Giuseppe Zeno in un adattamento originale ispirato a “Il Dottor Faustus” di Marlowe e “UrFaust” di Goethe

 

di PIER PAOLO MOCCI

 

Scrittore, sceneggiatore, regista e compositore. Stefano Reali è uno degli artisti più completi e poliedrici dello spettacolo e della cultura italiana, senza dubbio per le sue collaborazioni con i maestri, da Sergio Leone ad Ennio Morricone, dai grandi jazzisti contemporanei a Gigi Proietti che, pochi giorni fa, ha partecipato alla lettura di “Scipione detto anche l’Africano”, omaggio al grande Gigi Magni in una serata celebrativa con un supercast formato da Massimo Ghini, Francesco Pannofino, Serena Autieri, Massimo Wertmuller, Rodolfo Laganà, Antonello Fassari e tanti giovani figli d’arte che proveranno a seguire le orme dei padri (Filippo Fantastichini, Andrea Pannofino, Filippo Laganà, Leonardo Ghini). Appassionato di cinema, di teatro, di musica e di letteratura, Stefano Reali ci parla dei suoi progetti, alcuni dei quali imminenti, come il “Faust” con Giuseppe Zeno in scena nei prossimi giorni.

 

 

Stefano, su cosa stai lavorando?

«Sto preparando una serie tv per Canale 5, tratta da un romanzo di Maria Ventrella, che si chiamerà “Una famiglia perbene”, e che dovrebbe forse essere girata in autunno. Nell’immediato sto per andare in scena con uno spettacolo teatrale, “Faust”, con Giuseppe Zeno e Monica Dugo, che debutterà il 15 agosto in anteprima all’anfiteatro Romano di Ferento e, in prima nazionale, ad Anagni il 22 agosto, al Festival del Teatro Medievale».

 

Il Covid non ha fermato i progetti per fortuna.

«Ho dovuto rivedere e rimandare molte cose come tutti, ma bisogna anche saper fare di necessità virtù. Avevo già fatto “Shakespeare – Cervantes” al Globe Theatre di Gigi Proietti, l’estate scorsa, insieme a Zeno, e volevamo fare un’altra cosa insieme a teatro, dove lui potesse sfruttare il suo talento nella recitazione in versi, e così ci siamo dedicati a questo “Faust”. È una storia molto attuale, in tempi di post-Covid, ed è un testo che potrebbe dare delle sorprese, perché Giuseppe dà una bella prova mattatoriale, visto che farà tutti e tre i personaggi maschili del play».

 

Sei stato molto vicino ad uno dei più grandi maestri di sempre, Ennio Morricone, il quale ha collaborato anche per alcuni tuoi film. Quali insegnamenti umani e professionali ti ha lasciato?

«L’incontro con Morricone ha letteralmente cambiato la mia esistenza. L’ho conosciuto nel 1973, al liceo musicale che poi sarebbe diventato il Conservatorio di Frosinone. Io avevo quindici anni, e studiavo pianoforte e composizione, ed ero sbalordito dal fatto che Morricone, che era già un divo assoluto, trovava il tempo di insegnare in un liceo! Questa sua semplicità mi folgorò. Dopo gli studi in Conservatorio, dove mi ritrovai in classe con gente come Danilo Rea, Rita Marcotulli e Roberto Gatto, decisi prudentemente di non rischiare una carriera di musicista professionista e di tentare con la regia. Incontrai di nuovo Morricone sul set di “C’era una Volta in America”, dove io facevo l’assistente volontario, e poi a Los Angeles, nel 1987, quando lui era candidato all’Oscar per “The Mission”. Continuai a cercarlo, e a frequentarlo, ed insistetti così tanto che, alla fine, forse per sfinimento, accettò di fare le musiche di alcuni miei film».

 

Magari, in realtà, anche lui provava stima nei tuoi confronti.

«Sì, è così. Mi stimava come musicista, più che come giovane regista, al punto che mi incoraggiò a scrivermi da solo le mie colonne sonore. Qualcosa dei miei studi musicali mi era rimasto, e così, grazie alla sua benedizione, decisi di ascoltarlo. Ma continuai per parecchio tempo a sottoporgli le mie partiture e ad invitarlo in sala quando le incidevo, per un suo parere. Ho fatto altri film musicati da lui e da suo figlio Andrea, e abbiamo sempre continuato a frequentarci in questi ultimi trent’anni, sia con lui sia con la sua adorabile moglie Maria, e con l’altro figlio Giovanni».

 

Se pensi a Morricone cosa ti viene in mente?

«L’insegnamento più importante che ho ricevuto da Ennio è stata sicuramente l’importanza dell’umiltà. Ho anche avuto il piacere di coinvolgerlo in alcune conferenze, dove io moderavo, e anche lì si è dimostrato un efficacissimo comunicatore della sua estetica, oltre a farsi apprezzare per il grande artista che tutti conoscono».

 

Si evince fosse anche molto simpatico e divertente.

«Aveva il suo carattere, apparentemente schivo, in realtà era riservato, educatissimo e molto impegnato. Ma noi che abbiamo avuto la fortuna di stargli più vicino possiamo testimoniare che era un irresistibile “battutaro”, grazie alla sua spiccata caratteristica, tenerissima, della romanità. Ennio è stato soprattutto l’uomo più umile che io abbia mai conosciuto. E mi ha fatto capire che una grande persona, artista o meno, non può che essere umile nella vita. Per il semplice fatto che per poter parlare a tutti bisogna essere in grado di ascoltare tutti».

 

Dedicherai spettacoli in omaggio al Maestro?

«Anche quando Ennio era in vita facevamo dei concerti con un gruppo musicale che eseguiva delle canzoni tratte dalle sue colonne sonore. La cosa nacque in un contesto particolare. Lui era al corrente delle mie esibizioni con un sestetto composto da jazzisti di nome come Rosciglione, Guidolotti, Oddi, Deidda, Ariano, in concerti dove eseguivamo le canzoni più celebri di alcuni compositori di swing americano. Lui venne a sentirci, una volta, e mi lanciò una battuta, in romanesco: “Ahò, ma soltanto Gershwin sai sonà? Un po’ de Morricone, mai?”. Io lo presi in parola e cominciammo a preparare uno spettacolo di sue canzoni, cantate da Flavia Astolfi. Questo accadeva nel 2007. Negli anni abbiamo fatto una cinquantina di recite di quello spettacolo musicale. Lui venne anche a sentirci, si divertiva soprattutto quando facevamo dei “ bis” sulle canzoni romanesche che adorava!».

 

Ora che non c’è più a maggior ragione dovreste proseguire.

«Non lo so. Ora che Ennio non c’è più e non c’è più la sorpresa di ritrovarselo tra il pubblico, quasi di nascosto, con il suo berretto, che fa di “no” con la testa se non eseguiamo esattamente i rivolti delle sue armonie! Quanti brividi, quante emozioni ci ha dato a noi che osavamo eseguire le sue musiche in sua presenza…».

 

Quest’anno festeggi 40 anni di carriera. Al cinema e in tv hai diretto attori come Sabrina Ferilli, Valerio Mastandrea, Giorgio Tirabassi e tanti altri in film che hanno preso premi o fatto share impressionanti come “Ultimo” sulla vera storia del carabiniere sotto copertura interpretato da Raoul Bova. Come stanno cambiando il cinema e la TV?

«Ho cominciato a lavorare a 23 anni e ho visto dei cambiamenti che mai avrei creduto possibili. Secondo me tutto il sistema di fruizione dell’audiovisivo sta cambiando con una velocità impressionante. Un paio di anni fa, un altro grande artista che ho avuto la fortuna di incontrare e che mi ha dato una grande mano quando ero ragazzo, Robert Mc Kee, probabilmente il più grande esperto di story editing nel mondo, fece una predizione: disse che il cinema si sarebbe fuso con la Tv e sarebbe diventato lo Screen, cioè lo schermo. Lo Schermo, secondo Mc Kee, è qualcosa che può essere fruito sia con il pubblico sia nella solitudine della propria casetta, in tempo reale. Credo avesse ragione, e l’avvento delle piattaforme come Netflix ed Amazon lo stanno dimostrando. Io non penso che rinunceremo mai alla fruizione in sala, così come non si è rinunciato al Teatro o all’Opera, che erano mezzi di intrattenimento unici quando non c’era la tecnologia, e che non sono stati assassinati dalla tecnologia stessa, come qualcuno allora aveva vaticinato. Se il Teatro resiste da venticinque secoli all’avvento di qualunque tecnologia, vuol dire che lo Spettacolo ha bisogno di un pubblico, un pubblico dal vivo, tanta gente radunata tutta insieme, che senta il proprio battito cardiaco come pubblico, oltre che quello dei performers in scena».

 

Recentemente hai radunato grandi attori per una lettura di “Scipione detto anche l’Africano” tratta da Luigi Magni. Un successo di pubblico e di critica.

«Se sono riuscito a radunare questo cast, è stato perché si tratta di amici, oltre che di grandi artisti con cui c’è un rapporto di stima reciproca. Ma questo reading che abbiamo fatto a Civitavecchia è nato in modo casuale. Qualche mese fa, con Massimo Ghini, in tempi di Covid, accarezzammo l’idea di fare una messa in scena teatrale di quel film di Magni, che è ambientato quasi tutto nel Senato Romano, nella scenografia naturale del Foro di Traiano. Quella location poi si rivelò impraticabile, ma nel frattempo avevamo raccolto la partecipazione, a titolo assolutamente amichevole, di tanti amici che volevano fare parte di questa iniziativa. Nasceva più dal desiderio di dare un segno ad un settore in crisi, depresso, mortificato dall’immobilità dovuta al Covid, e quindi fare qualcosa in un momento in cui sembrava non si potesse fare nulla, a teatro, per motivi di distanziamento sociale. A quel punto, grazie a Rodolfo Laganà, spuntò fuori la possibilità di fare questa lettura nella cornice del Summer Festival di Civitavecchia, e visto che l’avevamo provato più volte, a casa mia, abbiamo deciso di accettare, grazie anche al produttore Enrico Griselli che ha organizzato la cosa. Gigi Proietti ha partecipato come voce narrante. Il pubblico ha gradito molto l’iniziativa, abbiamo avuto quasi mille spettatori! Distanziati ovviamente».

 

Sarà replicato in forma di spettacolo a teatro? 

«Non so se “Scipione” diventerà uno spettacolo, ma se lo diventasse io sicuramente non me ne occuperei, a causa dei pessimi rapporti che ho avuto con la persona che detiene i diritti d’autore delle opere di Magni».

 

È un peccato.

«Non andiamo tutti d’accordo, non siamo tutti amici e i differenti punti di vista spesso creano contrasti talvolta insanabili. Ho dovuto rimettere le mani nel testo perché a teatro non si possono semplicemente trascrivere i dialoghi del film. Tra cinema e teatro c’è differenza, e quello che può funzionare in una sceneggiatura, se poi lo si vuole usare in scena, ha bisogno di essere adattato. A questo punto abbiamo dovuto fare noi, in prova, i necessari, lievi, aggiustamenti al testo, insieme a tutto il cast, per renderlo fruibile in una lettura all’aperto».

 

Uno spettacolo con Proietti, Ghini, Pannofino, Wertmuller, Laganà, Fassari, Autieri, sarebbe stato qualcosa di portentoso, un cast non così semplice da mettere insieme.

«Purtroppo a volte si incontrano persone che, solo perché si ritrovano a detenere delle rendite di posizione, accampano la pretesa di occuparsi di cose per cui non hanno la competenza, né tantomeno i titoli o il curriculum. Può capitare. Per cui, fino a quando quel signore in questione si occuperà dei diritti di Gigi Magni, io me ne starò serenamente alla larga da qualunque operazione tratta dai suoi testi o dai suoi film. Continuerò ad amarlo come ho sempre fatto da quando avevo vent’anni, e conserverò il ricordo della sua stima nei miei confronti, visto che Magni venne più volte a vedere dei miei spettacoli, accompagnato da Gigi Proietti e Pietro Garinei».

 

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