27 Settembre, 2020
3034 visualizzazioni

Nicola Guaglianone: «Non farò il regista, probabilmente…»

Nicola Guaglianone (foto credit Francesca Leonardi)

di PIER PAOLO MOCCI

Intervista esclusiva allo sceneggiatore di punta del cinema italiano: «Le sale cinematografiche vanno sostenute in questo momento di crisi, ma sono luoghi che andrebbero ripensati del tutto. Le piattaforme sono un approdo importante e non bisogna aspettare oltre: i film bloccati in questi mesi dovrebbero uscire lì, oggi sarebbero un evento, domani rischiano di parlare di un mondo che non c’è più. Raccontare questo momento sarà inevitabile: i personaggi che vedremo al cinema tra uno o due anni non potranno non avere delle ferite addosso. Da scrittore devo, in qualche modo, dare un nome e un cognome a quei numeri, a quei bollettini delle sei. Io alla regia? Mi toccherà farlo, prima o poi…»

“Guarda se alla fine non mi costringeranno a fare il regista… Ma io non lo voglio fare”. La mia chiacchierata giornaliera con uno dei protagonisti del cinema italiano per allietare i duri giorni di quarantena finisce con quello che, giornalisticamente parlando, è il titolo. Una confidenza non così privata (rispetto invece ad altre che non rivelerò) che serve anche a mandare un messaggio all’ambiente, quasi un dolce sfogo di chi non solo ha dimostrato di essere uno dei numeri uno, ma che deve ancora faticare per convincere registi e produttori a sposare la stessa visione, percorrendo la stessa strada, al cospetto di personalismi spesso controproducenti per la sola cosa da proteggere: la storia. Ma ne parleremo alla fine di questo incontro.

Nicola Guaglianone – alto, affascinante e premiato sceneggiatore 46enne italiano – è ormai diventato uno degli screenwriter più richiesti del mercato, prolifico autore di cinema e serie tv. Nella sua filmografia ci sono 10 lungometraggi per il grande schermo, i cui soggetti sono per la maggior parte nati dalla sua penna e dal suo mondo immaginifico popolato da supereroi metropolitani. Basti pensare al cult Lo chiamavano Jeeg Robot, diretto dall’amico e sodale Gabriele Mainetti, con il quale ha realizzato alcuni tra i cortometraggi più belli mai visti (su tutti, Basette, l’omaggio a Lupin con un cast eccezionale, correte su YouTube a vederlo!). Nella poetica di Guaglianone spesso il mito è un escamotage per raccontare una storia d’amore, di amicizia o di riscatto. Come il “suo” Indivisibili, per la regia di Edoardo De Angelis, che narrava l’emancipazione e l’uscita dal bozzolo di due gemelle siamesi, le sorelle Fontana, in una Napoli sognante e metafisica, anni luce lontana da quella serialmente crime di Gomorra o quella kitsch e neomelodica di Reality di Garrone. E così via, passando per Sono tornato diretto da Luca Miniero (remake perfettamente riadattato sul ritorno di Mussolini nell’Italia nostalgica dei giorni nostri), il delicato In viaggio con Adele di Alessandro Capitani (visibile in questi giorni gratuitamente su Vimeo), fino agli ultimi due film di Ficarra e Picone o al recente Benedetta follia di Carlo Verdone, dove il “Guaglianone’s Touch” era tutto nella scena psichedelica (con le coreografie di Luca Tommassini), che lo stesso Verdone era un po’ incerto di lasciare. “È stato difficile convincere Carlo a realizzare una specie di cortometraggio ipnotico dentro al film – mi racconta Guaglianone con grande sincerità e candore – ma io e Menotti avevamo capito che quella sequenza onirica, dovuta all’assunzione dell’ecstasy in una serata da sballo, era necessaria e avrebbe reso più “reale” quel che stava accadendo nella mente del protagonista. Si convinse, l’abbiamo fatta come fosse una soggettiva, come fosse Carlo nel Paese delle Meraviglie. O, meglio, nel Paese delle Perdizioni…”. Quella scena di Benedetta Follia piacque a tutti, compresi De Laurentiis e il pubblico, e ora il nostro amato sceneggiatore sta scrivendo un’importante serie per Amazon Prime, la prima con Carlo Verdone mattatore. In attesa di Freaks Out, opera seconda di Mainetti-Guaglianone previsto, salvo imprevisti, per metà ottobre in sala.

Autore sopraffino, insomma, con quel suo stile inconfondibile dove il fantastico si mescola al neorealismo, generando qualcosa di unico e spesso poetico. Ed ecco alcuni stralci di quel che ci siamo detti.

 

Nicola, l’industria del cinema si sta barricando nella difesa della sala, in questo momento “anello debole” della filiera.

“Agli esercenti cinematografici va tutta la mia solidarietà e l’augurio di poter tornare presto all’attività. Ma ci sono delle condizioni “sovrannaturali” che non possono essere bypassate. Tornare in sala subito, a tutti i costi, con le mascherine, i guanti e l’Amuchina, distanziati e scannerizzati, è un errore. Come ha giustamente detto Giampaolo Letta di Medusa, purtroppo in questa partita il nostro settore è l’ultimo a ripartire: le condizioni sanitarie lo devono consentire altrimenti, se dovessero scoppiare dei “casi” proprio per colpa del cinema, la sala cinematografica sarebbe vista come un luogo di contagio e diventerebbe, nell’immaginario collettivo, il male assoluto. Quindi che la sala possa essere assistita dallo Stato, ma che non “costringano” gli spettatori a tornare. Anche perché molti spazi hanno una gestione obsoleta, dove devi fare slalom tra i pop-corn a terra prima di sederti. Ora, improvvisamente, passeranno il disinfettante tre volte a spettacolo? Mah…”.

 

Tu adori il modello Soho House…

“Il cinema deve essere un’esperienza e allora perché non farmi trovare un bartender che mi prepara un cocktail fatto come Dio comanda, con un ristorante gourmet nella stessa struttura e non il baretto con le patatine imbustate. Un club con meno posti ma più curato… I cinema, purtroppo, devono riconsiderare e riconvertire parte dei loro spazi e attrarre il pubblico anche per altro garantendo un’esperienza superiore rispetto a quello che hai a casa”.

 

In un momento poi particolarmente favorevole nel quale le piattaforme possono riconsiderare contratti e sfruttamenti delle opere, garantendo una visibilità internazionale senza precedenti.

“A film che in sala resistono un paio di settimane. Si sbaglia a pensare che esercizio cinematografico, pandemia e piattaforme siano collegate. Pur andando di pari passo, sono mondi paralleli e non sfruttare lo spazio che oggi c’è online è assurdo. Non c’è mai stato tanto spazio per la fruizione dei prodotti audiovisivi, viviamo un “boom” mai conosciuto prima. La richiesta è altissima, il mercato è in ottima salute e ci sarebbe davvero tanto lavoro per tutti se solo si cambiasse “prospettiva”. Ribadisco l’importanza culturale della sala, il piacere della condivisione dell’evento, ma non possiamo rimanere fermi un anno. Anche perché i film bloccati e le storie che raccontavamo prima non saranno più adatte al “dopo”. Questo virus è qualcosa di talmente devastante che cambierà le nostre vite, inutile fare finta di niente. Alcuni film corrono il rischio di essere datati”.

 

Stai dicendo che andare al cinema e vedere una commediola “qualsiasi”, come se nulla fosse successo, sarà impossibile?

“Molti lo faranno, e faranno anche bene. Ma siamo sicuri che il pubblico non giudicherà “finto” un abbraccio appassionato o un film totalmente non curante del dramma che stiamo vivendo e avremo vissuto? Io non dico che dovremmo fare film con gli attori con la mascherina, ma da autore e sceneggiatore mi sto interrogando molto. Anche fosse una sola battuta, una scena di raccordo, un rimando, una frase, ma non posso non pensare che questo isolamento delle persone non entri in un nuovo film che vedremo tra un paio d’anni. Ne sto scrivendo due che usciranno probabilmente nel 2022 e mi chiedo: in quale situazione ci troveremo? Il virus sarà stato sconfitto e non vorremo sentirne più parlare? Io credo che i personaggi che scriviamo dovranno risentire di questa frustrazione e privazione che stiamo vivendo e chissà per quanto tempo la subiremo. Possibile che i protagonisti dei nostri film non avvertiranno questa depressione e questa reclusione coatta?

 

Ormai è stato detto: c’è stato un “prima” Covid 19 e ci sarà un “dopo”.

“Sono domande che un autore, uno scrittore e l’industria che produce contenuti devono porsi. Un po’ come l’11 Settembre che fu raccontato, senza mezzi termini, da un film come La 25a ora, suggellato da quel monologo capolavoro di Edward Norton allo specchio. Un film spartiacque, un riferimento per capire chi eravamo e forse siamo ancora oggi. Con quel film il cinema ha parlato all’America e agli americani di loro stessi. Ecco, io penso che il cinema italiano non può non guardarsi intorno e dentro. Non dico che dovremmo fare film sul Coronavirus. Ma non possiamo non tentare di capire come stia cambiando la psicologia delle persone dopo questo evento, e quindi dei personaggi. Io, nel mio piccolo, vorrei farlo e sento di doverlo fare. Non so da dove cominciare, ben inteso, perché non riesco ad immaginarmi cosa sarà domani. Ma da scrittore devo in qualche modo dare un nome e un cognome a quei numeri, a quei bollettini delle sei”.

 

Questo non significa dover fare necessariamente dei film drammatici.

“Significa avere a che fare con persone che hanno attraversato nude un bosco di notte e si sono graffiate. E quei segni, quelle cicatrici, saranno ancora visibili a lungo. E noi sceneggiatori dovremo cercare di raccontarli: senso di solitudine, smarrimento, sospetto, timore, paura. Altrimenti facciamo tanti Goodbye Lenin, immaginiamo un tizio che si risveglia dal coma come se nulla fosse successo. Può essere una commedia tragicomica, un film d’autore o di genere come quelli che piacciono a me, ma non possiamo non tenere conto di tutto questo”.

 

Che poi i tuoi film di genere sono un pretesto per raccontare altro.

“Sono il linguaggio e la struttura, ma un film di genere deve avere l’ambizione di uscire dal genere per narrare amore, fratellanza, amicizia, valori, orrori come nel caso del nostro nuovo Freaks Out, ambientato sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale”.

 

Il tuo rapporto professionale con Gabriele Mainetti è davvero unico, qual è il segreto?

“Tra cortometraggi e film lavoriamo insieme da circa 20 anni. Ci siamo scontrati sicuramente, ma alla fine prevale la stessa visione, la stessa strada da seguire per il bene della storia. Non è facile trovare un regista capace di rinunciare a qualche personalismo in favore del racconto. In America le sceneggiature sono “sacre”. Ora non dico che dobbiamo arrivare a tanto, ma quasi. Nel senso che in un film il nome dello sceneggiatore sulla locandina, quando c’è, è fin troppo piccolo. Eppure tutti hanno la percezione di quanto sia importante il nome dell’autore di un testo. Al festival di Sanremo lo scandiscono quasi a monosillabi…”.

 

Il regista proprio non lo vuoi fare.

“Alla fine mi toccherà farlo, stai a vedere. Io ne farei a meno. Sono molto prolifico, ho la mente affollata di storie e personaggi, scrivo due o tre soggetti al mese. Inoltre con la casa di produzione, Miyagi Entertainment, che ho con mia moglie mi dedico allo sviluppo editoriale, alla realizzazione di documentari e altri formati”.

 

Tu però sei un autore-regista, il tuo marchio è inconfondibile, forse la regia è un approdo naturale e ideale. Qualcuno disse di te che sai rendere credibile l’incredibile…

“Sì, per carità. Mi sembra una bellissima cosa. Ma io non ho la conoscenza tecnica del mezzo cinematografico. E ho paura di cambiare il modo con cui guardo le cose. Se sono in fila alle Poste mi concentro sulle persone. Sulla vecchietta che ritira la pensione, sul tizio dinoccolato che paga la bollettaa della luce. Da regista ho paura che la mia preoccupazione sia dove mettere la macchina da presa. Se farò il regista? Probabilmente no. Anzi sì, non lo so…”.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


REGISTRATI ALLA NOSTRA NEWSLETTER PER ESSERE INVITATO AI NOSTRI EVENTI ED ESSERE AGGIORNATO SULLE NOSTRE ATTIVITÀ


Holler Box