10 Agosto, 2020
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«Ci vorrà del tempo, poi riprenderemo a raccontare le nostre storie»

Il regista Luca Facchini

INTERVISTA CONFIDENZIALE
LUCA FACCHINI
di PIER PAOLO MOCCI

Il regista del Principe libero interpretato da Luca Marinelli: “Ci ho messo 8 anni per portare sul grande schermo il film su De André, non saranno certo alcune settimane di clausura a spaventarmi, c’è in gioco qualcosa di molto serio, di epocale. Le produzioni cinematografiche ripartiranno per ultime: i set dovranno essere messi in sicurezza per la grande quantità di maestranze coinvolte in uno spazio di pochi metri. Sarà tutto diverso, ci adatteremo senza dove rinunciare ai nostri sogni e progetti. Da casa mia il rumore delle sirene delle ambulanze è ancora continuo e assordante”

Inizio con Luca Facchini, regista cinematografico milanese, una serie d’interviste confidenziali che sono delle telefonate “autorizzate” al tempo della quarantena. I miei interlocutori sanno che una parte di quello che mi diranno finirà su carta, cioè online, il resto invece (confessioni, rivelazioni e intimità, cioè il meglio…) lo terrò per me a beneficio della nostra amicizia e dei nostri pensieri a voce alta.

Appena il tempo di salutarci e Luca fa “eccone un’altra”, lasciando intendere che quel rumore è diventato per lui qualcosa di tristemente familiare. Alla fine della telefonata, durata poco più di una mezzora, ne conterò almeno quattro o cinque di quei suoni striduli e rimbombanti di sirena. Così, dal non lavoro ai piccoli problemi di vita quotidiana, il discorso si sposta direttamente all’emergenza sanitaria ancora drammaticamente in corso, dove l’obiettivo primario è quello di portare a casa la pellaccia.

Ho chiamato Luca perché, come tanti altri registi e autori, anche lui fa della pazienza e della costanza un modo per affrontare il tempo lungo. “Ci ho messo 8 anni per portare sul grande schermo il film su De André, non saranno certo alcune settimane a spaventarmi”. Mi basta questo per far sì che ogni cosa vada in secondo piano, spazzando via ogni mia paranoia. “Io abito proprio nella direttrice che porta verso il Sacco, in piena zona Fiera: qui hanno messo su il nuovo ospedale, lo hanno allestito proprio a poche centinaia di metri da casa mia. È un continuo, ho smesso di contarle. Ma non mi lamento per il rumore, figuriamoci. È un suono che mi fa “stare tranquillo”, mi riporta alla realtà nei momenti in cui, anche a me, non sta bene star fermo. Ma è l’unica cosa che dobbiamo fare: stare a casa. Qui in Lombardia è davvero una situazione dolorosa, assurda e grave”, dice senza alcuna esitazione.

Conosco Luca solo da qualche anno, da quando per soli due giorni andò nelle sale cinematografiche Il principe libero, il suo biopic su Fabrizio De Andrè interpretato da Luca Marinelli, scritto con la supervisione di Dori Ghezzi (che nel film era interpretata da Valentina Pellé). Ricordo che vedemmo il film qualche giorno prima che uscisse al cinema e, appena finii di vederlo, mosso da grande emozione, rapito dalla bellezza del racconto e dalla bravura di Marinelli, scrissi che un film del genere non poteva rimanere in sala per soli due giorni. Il film fece record d’incasso e di presenze al botteghino: un “film-evento” destinato in realtà al piccolo schermo che, qualche settimana più tardi, avrebbe fatto anche il pieno di ascolti su Rai Uno. Un grande successo di cui, molti di noi, si erano immediatamente accorti.

Luca ti ho chiamato per farti un’intervista, facendo seguito alla mia inchiesta pubblicata nei giorni scorsi sul futuro prossimo del cinema. Ma innanzitutto volevo sapere come stavi.

“Sto bene, stiamo bene. Antonella è tornata di corsa dall’America con uno dei nostri figli quando la situazione stava per degenerare anche lì. Stiamo a casa, siamo fermi come tutti. E come tutti aspettiamo tempi migliori. Ma siamo ancora nella fase 1, e tutto viene in secondo piano. Qui a Milano la percezione è molto più forte. Non c’è panico, ma la consapevolezza che non si tratta di un gioco”.

Mi raccontavi però che molti continuano a prendere “il mostro” sottogamba.

“Fino ad alcuni giorni fa nel ballatoio del mio condominio tanta gente si ritrovava, fumava, cazzeggiava, chiacchierava. Erano troppi e incoscientemente sprezzanti del pericolo. Sai come è andata a finire? Se li sono venuti a prendere in barella almeno tre di quelli lì: le ambulanze non andavano verso Fiera, ma si sono fermate proprio davanti al portone di casa mia. Ecco, questa è la situazione…”.

Come passi le giornate?
“Leggo, scrivo, studio, guardo cinema e serie Tv, mangio, penso, progetto, cucino, sto con mia moglie ed i miei figli. Anche io ho i miei momenti di sconforto. Chissà quando realizzerò il mio prossimo film… Ma, come ti dicevo, non è il lavoro la priorità”.

Si parla molto del cinema inteso come sala e aggregatore sociale, ma a voi del settore in questo momento preoccupa l’idea di non poter stare sul set.

“Assolutamente, il set è il vero problema: ad un metro e mezzo di distanza non si può fare questo lavoro. O meglio, si può fare tutto. Ma al monitor, accanto alla macchina da presa e dietro alla scena ci sono decine di persone in pochi metri quadrati. Si potrà riprendere e lavorare come prima solo in massima sicurezza”.

Dal punto di vista contenutistico quanto inciderà questa situazione?

“Moltissimo. Io ho pronta una storia di un ragazzo che, dalla Sicilia, si trasferisce nel Nord America e poi, dopo un arco temporale, torna. Era un progetto ambizioso ma pronto per essere girato, dopo anni di attesa e adattamenti. Adesso questo film torna nel cassetto perché non ci sono le condizioni per viaggiare e girare un film di quel tipo, e chissà quando ci saranno. Quando si ripartirà decideremo se adattarci alle situazioni o aspettare. Io per questa storia che ho curato per anni, ho deciso di aspettare. Adattarla al tempo delle mascherine non avrebbe senso. Magari faccio nel frattempo qualcos’altro, i progetti non mancano, bisognerà capire quando ripartire e come. Quanti accavallamenti ci saranno. Stiamo un po’ tutti in fila, anche altri “devono” fare i loro film. Il regista deve essere paziente per natura, deve sapere aspettare. E nel frattempo lasciar sedimentare la sua storia. E magari tanti brutti film non verranno più fatti, chissà…”.

Cosa ti guardi in questo momento, cosa hai scoperto o riscoperto?

“Delle serie Tv mi sono un po’ stancato, devo essere sincero. Alcune sono belle ed appassionanti ma è comunque un prodotto “seriale” e quindi dozzinale, sta prevalendo nel vederle tutte un certo “manierismo” che dopo un po’ ti annoia. Credo che questo farà crescere ancora maggiormente la voglia di cinema. Ho scoperto così su YouTube cose meravigliose: c’è di tutto, prediligo documentari “fai da te”, storie di persone incredibili che sanno fare qualsiasi cosa nella loro straordinaria semplicità, immersi spesso in una dimensione che ti fa riconsiderare il rapporto tra Uomo e Natura”.

Mi dicevi del tuo amico americano…
“La crisi e la pandemia hanno colpito anche lui e adesso è dovuto rientrare e rivedere i suoi piani. Però penso a lui come simbolo di un nuovo “frikkettonismo” e movimento hippie alle porte. Dopo questa tempesta che ha cambiato il mondo, quanti di noi vorranno tornare dietro una scrivania? Non dico che saremo come Emile Hirsch in Into the wild, anche perché ha fatto una brutta fine, ma sicuramente riconsidereremo la nostra esistenza. Ci credo all’idea che saremo persone migliori, sapremo apprezzare tutto molto di più. E faremo delle feste folli, ovviamente…”.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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