5 Giugno, 2020
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Marco Molendini: «Sarà difficile tornare a cantare in 80 mila in uno stadio»

Foto credit Fondazione Musica per Roma

di PIER PAOLO MOCCI

Conversazione con il giornalista e critico musicale: «In questo clima plumbeo la musica è una salvezza, consiglio di ascoltare dischi e artisti che non si conoscono e di vedere i live dei grandi della musica, si recuperano facilmente su YouTube e Facebook. I miei consigli? I jazzisti, la scuola brasiliana, il chitarrista Julian Lage e il nuovo album di Brian Eno e di suo fratello Roger. I live? Non riesco ad immaginare come poter mettere insieme, in un futuro prossimo, migliaia di persone in una cavea. Ma non è tutto finito, anzi…»

Era un grande Giornalismo quello dove ho mosso i primi passi durante i miei 20 anni d’età, avidi di sapere, entusiasmo, passione e sfrontatezza. La scuola era non scritta e non detta, e soprattutto, non aveva banchi né libri. Erano le redazioni stesse che trasudavano di Giornalismo e di Cultura. Scrivanie colme di storia e di storie che avevano visto avvicendarsi Sciascia, Cerami, Arbasino, Pasolini, Moravia, Gadda, Biagi, Montanelli, Fallaci. I miei maestri erano stati allievi di quei nomi lì, i pionieri del grande giornalismo che è stato loro tramandato e che i giornalisti degli anni 80 e 90 avevano a loro volta tramandato a noi, ultima generazione dell’era analogica.

Per 13 anni le pagine di Cultura e Spettacoli del Messaggero sono state la mia casa. All’inizio in “smart working”, poi avvicinandomi sempre di più e – per un periodo – potendo frequentare, quasi ogni giorno, la redazione. Ho imparato tutto quel che c’era da imparare da quelli che oggi considero maestri, rubando sempre con gli occhi, leggendo e rileggendo i loro pezzi, convincendomi di dover scrivere in punta di penna anche dodici righe di taglio basso ricavate al posto di una breve. Come se fosse ogni volta il primo articolo e con il rischio che potesse essere l’ultimo.

La musica in tutti quegli anni era Marco Molendini, enciclopedia vivente, critico e cronista musicale (e televisivo) tra i più prestigiosi in Italia rispetto a quei tre-quattro quotidiani più importanti che c’erano. In anni con poca connessione e senza social, dove la carta stampata vendeva milioni di copie, Molendini era il punto di riferimento per tutti: per i lettori, per l’industria culturale e musicale e, non ultimo, per noi giovani leve.

Se, in quegli anni, collaboravi per Il Messaggero eri inevitabilmente collegato a quei nomi lì: Sala, Molendini, Ferzetti, La Stella, Minore, Jattarelli… (e, di conseguenza, impropriamente collega). Una nazionale del giornalismo paragonabile all’Italia del 2006, quella dei Buffon, Cannavaro, Pirlo, Materazzi e Gattuso.

Nomi che accostati al tuo lo valorizzavano, inchiostro pesante sul curriculum, gente che ti faceva entrare ovunque ma che, al tempo stesso, ti faceva sentire una responsabilità addosso immane, non così facile da reggere. Al primo errore potevi essere fuori e non meritarti più la stessa casacca che loro avevano onorato dedicando quasi tutta la loro vita. Quella gloria dovevi meritartela e apprezzarla. Colonne di piombo, dimafoni che passavano i tuoi pezzi e “ribattute” della sera per l’edizione del mattino. Una vita fa. Con i decani (impropriamente definiti “baroni”) che non ti facevano sentire il peso della loro firma se sapevi stare al posto tuo, se chiedevi con curiosità ed innocenza, senza strafare, senza fare il fenomeno, senza “portare” notizie di altri.

Ho osservato Marco Molendini per tutti quegli anni quasi senza che lui si accorgesse di me, nascosto tra le piante di Simona Antonucci e le mensole della libreria di Franco Carrera, analizzandolo nella composizione dei suoi pezzi come spartiti, realizzati tra i dischi e i volumi assiepati sul suo scrittoio, ascoltando quel ritmo meccanico (chissà, endecasillabi?) delle note della tastiera che componevano frasi meravigliose sfruttando soltanto la punta degli indici (vecchio retaggio della macchina da scrivere), anziché la leziosa armonia della mano piena.

Al quarto piano di Via del Tritone 152, Marco Molendini ha scritto per decenni la storia del giornalismo musicale raccontando le gesta di straordinari artisti, annunciando spesso l’arrivo di sconosciuti che, di lì a poco, sarebbero emersi, accorgendosi prima di altri del talento che possedevano. Ha narrato i grandi della musica con competenza, professionalità e passione.

Ad oggi rimane uno dei più accreditati esperti di musica, consulente dell’Umbria Jazz, presidente dell’associazione di festival Jazz-Italian Platform, docente all’Accademia d’Arte Drammatica. L’ho chiamato pochi giorni fa e abbiamo fatto una chiacchierata molto piacevole. Vi riporto alcuni momenti salienti. Buona lettura.

Marco Molendini con Sting a New York

 

Marco, quanto la passione per la musica ti sta aiutando ad affrontare queste giornate così difficili?

Direi moltissimo. La musica fa da sempre parte della mia vita: mi sono sempre occupato di musica, anche quando non facevo il giornalista. Continuo a farlo e, in giorni come questi, c’è ancora più spazio per ascoltare, ripassare, approfondire, riscoprire. Nel clima plumbeo di questi tempi è una bella divagazione.

 

Quale musica stai privilegiando, quali dischi ascolti, chi stai riscoprendo, chi ti tiene compagnia?

Io sono da sempre stato appassionato di jazz, che resta il mio riferimento principale. Qualche giorno fa ho visto su Netflix il nuovo e bel documentario su Miles Davis, Birth Of The Cool. Ascolto i miei preferiti: Coltrane, Rollins, Chet Baker. Poi ci sono i brasiliani, altra mia passione. Mi diverte molto andare a cercare vecchi filmati su Facebook, una miniera. Ti segnalo qualche cosa da ascoltare, vecchia ma anche nuova…

 

Vai.

Caetano Veloso: “Transa”, disco splendido realizzato alla fine dell’esilio inglese. Sting-Gil Evans grande concerto a Umbria Jazz dell’87: su YouTube c’è integrale. Venne trasmesso dalla Rai in diretta, cosa inimmaginabile oggi. Consiglio di scoprire il chitarrista Julian Lage, gran suono, personale: disco “Love hurts”. Brian Eno ha appena realizzato un disco con il fratello Roger, un album di musica impressionista, colta, affascinante: “Mixing colour”.

 

Per chi ha una conoscenza musicale “base”, per i fruitori della musica “mainstream”?

Il consiglio principale per tutti credo sia quello di non fermarsi, è un vizio dei nostri tempi, ad ascoltare solo quello che è nuovo. La musica è fatta di memoria. Lo so che la colpa è della discografia che ha imposto la corsa alla novità per esigenze industriali, ma se uno ama la musica deve conoscere e sapere quello che c’è stato prima per capire quello che è venuto dopo. Oggi con le piattaforme, Spotify, YouTube, Facebook c’è ogni ben di Dio… Ascoltate quello che non conoscete!

 

Da giornalista, inviato e critico musicale quali sono stati gli incontri più significativi della tua carriera?

Ho incontrato tanta gente. Con alcuni sono diventato amico. Ho molta nostalgia del sassofonista Dexter Gordon. Delle scorrazzate notturne musicali in auto per Rio de Janeiro con Joao Gilberto, maestro della bossanova, inaccessibile ai più. Dei miei amici Caetano Veloso e Gilberto Gil… Gil qualche giorno fa mi ha chiamato preoccupato, voleva sapere cosa succedesse da noi con il virus. Mi manca molto ascoltare e sentire Franco Battiato. 

 

In questo momento molti musicisti fanno dirette Instagram spesso “provando” pezzi o riproponendo da casa dei loro cult attraverso il cellulare. Ti piace questa ondata social che intrattiene milioni di persone?

Mi sembra un’ottima e naturale scelta viste le contingenze. Ieri ho visto Paul Simon che cantava Slip slidin away… Approfittare di quello che la tecnologia ci ha messo a disposizione è sacrosanto ed inevitabile. Soffriamo per un virus figlio della comunicazione globale, approfittiamo anche dei vantaggi.

 

Quale aspetto dell’isolamento ti preoccupa di più rapportato al mondo della musica e della cultura?

La paura. È contagiosa, lascia segni nella memoria. Non so cosa offrirà in eredità questa quarantena. Ma temo che sarà molto difficile rimettere in moto quel meccanismo di aggregazione di moltitudini che ha caratterizzato la musica in anni recenti. Avremo il coraggio di andare in 80 mila in uno stadio per assistere ad un’esperienza collettiva insieme ad una folla oceanica? E se quello accanto si mettesse a tossire?

 

Sugli aspetti economici legati al mondo discografico dei “live”, quanto sarà difficile riempire un auditorium o un palazzetto? Paradossalmente un musicista di “nicchia” abituato ai suoi “pochi” spettatori potrebbe avere più chance rispetto a chi viaggiava su numeri più grandi.

Forse i luoghi più piccoli si riattiveranno prima. Ma c’è bisogno di un’iniezione di fiducia. Da parte del pubblico ma anche delle istituzioni che dovranno intervenire per riattivare gli ingranaggi produttivi della musica. Tutti stanno rinviando i loro appuntamenti in autunno. In genere è un escamotage per non dover rimborsare i biglietti, ma mi chiedo in autunno quanti concerti pensano di fare? Sarà difficile mantenere tutti gli impegni. E il pubblico avrà la voglia di approfittarne?

 

Cosa non ami della musica di oggi?

La ripetitività, che invece è una caratteristica determinata dagli strumenti tecnologici a disposizione. Il copia-incolla vale per tutto, anche per la musica.

 

Il periodo d’oro della musica per molti restano gli anni 60 e 70, dall’avvento dei Beatles alla scena rock. Ci sfugge qualcosa?

Gli anni 50, 60 e 70 sono stati in continuo movimento. Una rivoluzione dietro l’altra. Difficilmente ripetibile. Per qualità, creatività, numero di artisti, longevità delle loro carriere. Ma credo che da quanto oggi abbiamo a disposizione, parlo di strumenti e tecnologie, prima o poi nascerà qualcosa di veramente nuovo. La musica non può finire qui.

 

La domanda che non ti ho fatto ma che merita una risposta interessante che sicuramente hai.

Ti mando una risposta senza domanda. Sono stato fortunato, sì. Ho vissuto momenti formidabili per combinazione generazionale, ho lavorato nel giornalismo quando era divertente farlo, ho ascoltato tanta musica, visto tutto quello che era possibile vedere. Possibile che sia tutto finito: creatività, giornali e tutto il resto?

 

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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