25 Maggio, 2020
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Ultras in prima visione su Netflix. Un branco di solitudini nelle terre dell’abbastanza

di PIER PAOLO MOCCI

Il cinema di genere ancora non aveva “indagato” il mondo del calcio in questo modo. Non attraverso il “sottogenere” del crime all’italiana, che va da Gomorra alla Paranza dei bambini, passando per Suburra e si dirama attraverso declinazioni introspettive che vanno da Reality alla Terra dell’abbastanza (senza dimenticare l’antesignano Et in terra pax di Botrugno e Coluccini). Periferie, degrado, solitudini, vite violente, leggi di strada e leggi dello Stato, infrante o da infrangere, e disperati tentativi di redenzione.

Sarebbe dovuto uscire nei cinema ma è invece approdato direttamente su Netflix, Ultras, l’opera prima di Francesco Lettieri sulla frangia “ostile” del tifo partenopeo, non quello del “surdato ‘nammurato” cantata a squarciagola dopo una vittoria, ma quello dei cori a muso duro contro la Polizia e le tifoserie avversarie, anzi nemiche.

Del romanzo calcistico inteso come festa popolare non c’è niente. C’è invece uno spaccato, spesso violento e perverso, che si serve del calcio per poter dare sfogo e sfoggio di sé. Un film sulla rabbia, sui cani sciolti che preparano la loro guerra personale e collettiva contro un nemico non ben identificato. Un nemico senza nome e senza storia, né padre né figlio, scelto come responsabile della propria disgraziata e miserabile condizione sociale.

Tutto sulle spalle (tatuatissime) di Aniello Arena e con un cast di “brutti ceffi” molti dei quali reclutati per l’occasione dagli stessi spalti, Ultras sta evidentemente oggi ad una parte della tifoseria del Napoli (con lo stile di Gomorra) così come Ultrà stava ad una parte dei tifosi della Roma trent’anni fa (con lo stile del primo Marco Risi, pur essendo un film di Ricky Tognazzi), con l’epocale differenza dei generi e dello stile narrativo.

Vanno fatti i complimenti a questo regista esordiente, cresciuto con i video musicali di Calcutta e Liberato (che firma le musiche del film). Lettieri sembra aver a mente il modello zavattiniano, quel modo di guardare la realtà dalla giusta distanza, “pedinando” i protagonisti, senza misericordia, compassione né facendoli assurgere ad eroi. Senza dover accentuare alcun espediente poetico. Filmandoli “e basta”, visto che già la realtà stessa ha di per sé i suoi comandamenti, epici e lirici, specie in certi contesti prescelti (e “privilegiati” come questi).

Sorvoliamo sulla trama, la scoprirete da soli.

Un film che non giudica né assolve, raccontando nelle sue sfaccettature momenti d’amore, di amicizia, di fratellanza e paternità, in una continua sfida che i singoli hanno con sé stessi e del loro rapporto con il branco (eccolo Marco Risi). Solitudini e libertà, costrizioni (la firma in questura) e piccole-grandi disperazioni e speranze. Un film, per certi versi, profondamente attuale.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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