Ottobre 19, 2020
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Alberto Mandolesi: «I miei anni più belli con Renato Zero, Jimi Hendrix e “Ago” Di Bartolomei»

di PIER PAOLO MOCCI

Intervista al giornalista sportivo da 40 anni protagonista della radiofonia romana. «Il calcio ha dato una pessima immagine di sé non fermandosi in tempo per il Coronavirus. Rugani e Gabbiadini sono solo alcuni casi accertati. E’ stato folle che la Uefa abbia fatto giocare Liverpool – Atletico Madrid a porte aperte. Il campionato di Serie A e le competizioni europee andrebbero annullate, altrimenti è tutto falsato». E ricorda gli anni mitici della musica anni 60 e 70 e della “sua” Roma degli anni 80

Il Coronavirus colpisce anche il calcio. Un ambiente che sembrava vivere di vita propria all’interno di un mondo a parte, edulcorato, artefatto, lontano dalla vita vera, un’élite estranea al di sopra di tutto e tutti, immune da ciò che l’Italia e il resto del mondo stavano vivendo. Con la scelta di giocare lo stesso Juventus – Inter nei giorni scorsi, seppur a porte chiuse, nonostante l’allarme, nonostante il preannunciato rischio collasso degli ospedali della Lombardia (e di tutti gli altri a catena), mandando entrambe le squadre in isolamento per via del bianconero Rugani risultato positivo. Mentre l’Europa dice di guardare al “modello Italia”, lasciando però che 60 mila persone assistessero, sugli spalti di Anfield, agli Ottavi di Champions tra Liverpool e Atletico Madrid, con oltre 3000 spagnoli al seguito stipati nel settore ospiti, trionfanti e felici del passaggio del turno della loro squadra. Ed i casi continuano ad uscire fuori, tra giocatori della Premier Leaugue e il nostro Manolo Gabbiadini, attaccante della Sampdoria che ha mandato in quarantena i blucerchiati, presidente Massimo “viperetta” Ferrero e mister Claudio Ranieri compresi.

Alberto Mandolesi, decano dei giornalisti sportivi, da oltre 40 anni microfono tra più prestigiosi dell’emittenza radiofonica romana, non riesce a darsi una spiegazione. O meglio, sa che è stato un errore enorme, rilanciato ogni pomeriggio alle 14 nella sua trasmissione su Centro Suono Sport sin da tempi non sospetti. “Che il calcio continuasse imperterrito come se nulla fosse è stata una follia”, racconta il giornalista e scrittore che con NED Edizioni ha scritto il libro “Roma 80” dedicato alle bandiere giallorosse protagoniste del secondo scudetto ai tempi di Dino Viola e Nils Liedholm.

 

Alberto, anche il calcio ha capito di doversi fermare.

Finalmente. Ma temo sia una decisione fin troppo tardiva. La scorsa giornata di campionato non doveva giocarsi. I giocatori in panchina sono uno attaccato all’altro, dividono docce e spogliatoi, si abbracciano ad un goal e sono sempre in contatto, pensiamo ai calci di punizione, ai corner. Qualcuno potrebbe avere questi “poveri” ragazzi sulla coscienza che non hanno certo scelto loro di andare in campo ma i presidenti delle società e della Lega Serie A. E quanti casi ancora usciranno.

Giocare mercoledì sera Liverpool – Atletico Madrid è stato un azzardo.

Ma certo. Siamo di fronte ad una pandemia conclamata e metti insieme 80 mila persone, di cui 3000 provenienti dalla Spagna che ha casi positivi in continua crescita. Il calcio purtroppo ha dato prova di avidità e totale mancanza di sensibilità, mandando un messaggio pessimo. E pensare che avrebbero dovuto dare l’esempio per primi.

Se Cristiano Ronaldo 10 giorni fa avesse detto “alla nazione” noi ci fermiamo e voi restate a casa forse qualche migliaio di persone sprovvedute lo avrebbero ascoltato.

Penso proprio di sì. Ma ormai non possiamo farci niente.

Il campionato italiano quando riprenderà?

Non prima del 3 aprile, ma non è detto che riprenda. Forse quando tutto questo sarà finito, in fretta e furia anche con dei turni settimanali lo faranno finire. Ma entro il 30 giugno perché poi i calciatori si libereranno dai contratti. In questo caso ovviamente salterebbe l’Europeo che verrebbe recuperato la prossima estate, visto che negli anni dispari non si giocano competizioni internazionali eccetto qualche torneo estivo di poco conto.

E sarà un campionato valido?

Assolutamente no. Bisogna vedere quanti giocatori saranno colpiti dal virus, quando le squadre torneranno ad allenarsi. Quando torneranno in campo la situazione sarà inevitabilmente falsata da uno stop forzato che ne ha compromesso il naturale svolgimento.

Qualcuno potrebbe dirti che te lo auguri perché sei un simpatizzante romanista.

Sono innanzitutto un giornalista e un uomo di sport e ovviamente dico che anche l’Europa League che vede impegnata la Roma sarebbe da annullare, così come la Champions. Bisogna fermare e resettare tutto, se ne riparla a settembre.

Hai mai vissuto una situazione del genere?

Pur avendone viste e passate di tutti i colori, non ricordo un’emergenza simile in nessuna delle precedenti epidemie. Neppure ai tempi della temibilissima “asiatica”.

La tua vita professionale è legata al calcio ma la tua vera grande passione è la musica. Hai lavorato in questo settore e hai collaborato con grandi artisti, composto brani e ovviamente trasmesso musica sulle tue frequenze, a cominciare dai tuoi amati Beatles.

Ho vissuto la musica negli anni 60 e 70 che sono stati i decenni del massimo della creatività, a partire dalla Beat Generation, che viene tutta dal Rock. Fu un rincorrersi e superarsi nei generi e nella fantasia. Poi, col passare del tempo, mi sembra abbia prevalso la tecnica. E quella mi ha sempre emozionato molto meno. Mi ritengo un privilegiato ad aver conosciuto, prodotto, ed a volte collaborato con mostri sacri.

Ad esempio quali?

Ne cito due su tutti: Renato Zero, che frequentava casa mia perché amico di mia sorella, insieme al quale in qualche occasione ho organizzato serate, guadagnando sugli ingressi degli amici che venivano ad ascoltarci. E poi il grande Keith Emerson, col quale strinsi amicizia perché curai prima l’uscita di “Mater Tenebrarum”, brano guida della colonna sonora del film Inferno di Dario Argento, e poi la promozione dell’indimenticabile “Honky Tonk Train Blues” sigla della trasmissione Odeon. Posso dirti che per “Mater Tenebrarum” organizzai una delle prime clip storiche nei vecchi studi di TeleRegione situati sulla Cristoforo Colombo e che, per recitare la parte del coro interamente cantato in latino, ci travestimmo tutti da frati cappuccini.

I tuoi artisti preferiti che magari consiglieresti come compagnia in questi giorni di isolamento casalingo.

Sulla Musica per me prevalgono le “3 volte B”: B come Beatles per il genere pop, B come Battisti per le canzoni d’autore italiane, e B come Beethoven per la classica. E poi ci sono i Queen. Penso che nulla e nessuno potrà mai fare di più o di meglio di questi 3 + 1.

Mi racconti i giorni in cui Jimi Hendrix venne a Roma e il tuo amico Alberto Marozzi suonò con lui e tu eri lì con loro?

Era il 25 maggio 1968. Dopo mesi di attesa febbrile, finalmente Jimi Hendrix viene a suonare a Roma. Al teatro Brancaccio assisto estasiato al suo concerto, poi mi accodo al mio vecchio amico Marozzi, consapevole che lui saprà arrivare dove io non oso. Infatti lui riesce nell’impossibile. Invita tutto il suo entourage al Titan che nel frattempo era diventato il luogo cult per gli amanti della musica. Strabuzzo gli occhi quando Albertino mi dice: “Jimi viene in macchina con me. Tu seguimi”. Incredibile vedere un lungagnone come Hendrix entrare nella 500 di Marozzi e percorrere tutto il tragitto da via Merulana a Piazzale degli Eroi. Io sempre dietro di loro.

Alberto Mandolesi in alto a sinistra, sotto Alberto Marozzi accanto a Jimi Hendirx

E poi?

Entriamo nel locale, ci offrono da bere e poi, come prassi, arriva il momento dell’esibizione dell’ospite di onore. Ma a quel punto il batterista degli Experience, John Ronald “Mitch” Mitchell, si sente male a causa di qualche cocktail di troppo, allora Hendrix chiede a Marozzi se vuole suonare lui… che ovviamente non se lo fa dire due volte! Non ho mai rosicato tanto in vita mia. Fu un’esperienza indimenticabile.

Dalla musica sei poi passato al calcio: sei stato il primo giornalista sportivo ad occuparti a Roma della Roma raccontando ininterrottamente per 40 anni le gesta di una squadra.

Sono un “ragazzo fortunato” e, tra i tanti privilegi che la vita mi ha riservato, c’è anche quello di essere passato alla storia dell’emittenza romana in quanto primo speaker del primo minuto della prima radio privata romana che si chiamava naturalmente Radio Roma. Lunedì 16 giugno del 1975 scelsero di emettere il primo “vagito” alle 14, aspettando che venissero chiusi i seggi adibiti alle elezioni regionali. Alle 14:01 toccò a me andare in onda per un programma che parlava di calcio e di musica. Feci la prima intervista alla mia carissima amica Loredana Bertè che stava preparando il pezzo “Bellissima”.

Sebino Nela, grande difensore della Roma di quell’epoca, interviene ogni pomeriggio nella tua trasmissione dalle 14 alle 16 su Centro Suono Sport. Proprio nella tua trasmissione Nela ha dichiarato che la canzone a lui dedicata da Antonello Venditti “Correndo correndo” la ascolta praticamente ogni giorno. Anche Giuseppe Giannini capitano della Roma tra la fine degli anni 80 e metà dei 90 è un tuo amico. Cosa ti colpisce degli ex calciatori. Riescono tutti ad accettare che per loro si siano spenti i riflettori?

Non tutti ci riescono. Il passaggio dalle luci della ribalta all’oblio è duro e pericoloso per le ripercussioni che si possono avere. Qualcuno riesce ad adattarsi, altri recepiscono questo progressivo disamore come un “tradimento”. I più sensibili pagano un prezzo sproporzionato. Purtroppo, proprio nell’ambito romanista abbiamo un esempio che, a distanza di oltre un quarto di secolo, per me è ancora una ferita aperta: Agostino Di Bartolomei.

Ci racconti chi era, il vostro rapporto e come è stato possibile che arrivasse a quel gesto tragico.

Senza nulla togliere ad altri campioni che hanno avuto la fortuna di indossare quella fascia sul braccio, onorandola e rispettandola lealmente, devo dirti che “il mio capitano” è sempre stato Agostino. Eravamo tanto differenti sia nei comportamenti che nel modo di vedere le cose, ma ognuno aveva scoperto nell’altro un’onestà intellettuale così importante da far nascere una sincera amicizia. Per me Ago è stato un Grande Uomo, dal cui comportamento in campo mi sono sempre sentito rappresentato. Non so perché sia arrivato a quel gesto estremo. Non lo sanno neppure i suoi familiari. Sono ancora arrabbiato con lui perché ci ha privato della sua presenza, e con me stesso per aver solo intuito cosa stava succedendo dentro al suo animo, e non aver fatto niente di veramente concreto per cambiare quel destino crudele.

E della Roma di oggi cosa pensi?

L’esperienza con Pallotta sarà ricordata per essere stata il solo decennio, dopo quello della nostra retrocessione, in cui la società non ha vinto un trofeo, e, peggio ancora, come il punto più alto di disorientamento e di disamore per la tifoseria. Non conosco i nuovi proprietari in arrivo e non posso giudicarli. Spero solo che facciano bene. Lo spero per la Roma che ha il dovere di essere all’altezza di rappresentare il nome e i colori della Città Eterna.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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