Ottobre 19, 2020
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Federico Zampaglione “live” dal suo salotto. Pensando a Dalla e guardando un film di Verdone

di PIER PAOLO MOCCI

Due sere fa circa 100 mila persone collegate in diretta sui canali social dei Tiromancino per seguire il concerto da casa. «E’ una situazione assurda, da film, noi artisti non siamo certo eroi ma in questo momento possiamo fare molto alleviando il momento di tensione suonando, cantando o raccontando storie leggere e divertenti. Rimaniamo a casa, teniamo duro e ce la faremo»

 

Il suo live da casa ha fatto rumore. Ne hanno parlato giornali e agenzie di stampa, prima fra tutte l’Adn Kronos, con circa 100 mila persone collegate tra Facebook e Instagram. Federico Zampaglione leader dei Tiromancino, cantautore, scrittore, artista e regista cinematografico è stato il primo ad organizzare un concerto in salotto ai tempi del Coronavirus. Niente di improvvisato, appuntamento alle 21.30 di lunedì sera e circa due ore di diretta nel suo appartamento di Monteverde, a Roma, dove hanno fatto la comparsa anche Giuliano Sangiorgi, Elisa e Alessandra Amoroso, sotto lo sguardo dolce della compagna di Federico, l’attrice Giglia Marra. Sarà solo il primo di una serie di “live” ai quali assisteremo, da qui in avanti, da parte delle più svariate personalità del mondo della musica e dello spettacolo, nelle dure settimane dell’incubo-contagio, per allietare giorni che mai avremmo pensato di vivere.

 

Federico, complimenti per il “live” dell’altra sera. Hai regalato due ore di musica e spensieratezza.

In questo momento i complimenti vanno fatti solo a medici, infermieri e scienziati. Noi siamo “menestrelli” e saltimbanchi, e possiamo solo alleggerire lo stato d’animo di tante persone costrette a rimanere a casa e altre preoccupate per i loro cari in ospedale. Spero che tanti attori e musicisti, al di là della diretta e del selfie, possano fare cultura e intrattenimento attraverso i loro canali social: un attore può leggere un testo teatrale, altri musicisti possono suonare, uno scrittore può raccontare la sua nuova storia che sta per scrivere. Insomma, il mondo della cultura ha un ruolo in questo momento per nulla marginale.

 

Tra l’altro pochi giorni fa avevi fatto qualcosa di simile, non proprio un concerto, ma un omaggio, al grande Lucio Dalla, nel giorno del suo compleanno.

Lucio lo ricordo spesso. Mi metto a fare le sue canzoni continuamente, a maggior ragione il 4 marzo. D’altronde è stato il mio maestro, l’artista che insieme a Pino Daniele e Franco Califano ho adorato e con il quale ho avuto la fortuna di collaborare. Per me Lucio Dalla è un nome importante, con dei significati che vanno oltre la bellezza di quello che ha scritto e cantato.

 

Che rapporto avevi con lui?

Posso dire di essere stato suo amico, ed è una delle cose più preziose che mi tengo nel cuore. Abbiamo collaborato, è stato con me generoso, immenso. Era un personaggio mistico, totalmente avvolto ed immerso nella musica, come lo sono io del resto. Abbiamo inciso delle canzoni insieme, mi voleva bene. È stato un privilegio enorme.

 

Come vi siete conosciuti?

Sono legato a lui da alcune canzoni che poi ho inciso in duetto e sotto la sua supervisione. Per certi grandi non basta acquistare i diritti di un pezzo, se lo vuoi rifare devi superare ovviamente degli step, altrimenti potresti deturpare il frutto di un lavoro importante. Quindi andai a conoscerlo al Gran Teatro di Roma, lui era lì per la messa in scena dell’opera Tosca curata da lui. Solo che non arrivava e, mentre lo aspettavo nel piccolo studio di registrazione mobile che c’era, mi sono messo a suonare e feci un paio di sue canzoni tra cui “Come è profondo il mare” e “Felicità”. Quando Lucio arrivò le ascoltò e mi disse: “Bellissime, se non le metti nel tuo disco mi incazzo”. Anzi “mi incasso”, alla bolognese come parlava lui. E da lì iniziò collaborazione e amicizia.


Lui, Califano e Pino Daniele i tuoi maestri dicevi.

Si, loro tre. Maestri e amici. Franco è stato un personaggio che merita un’intervista a parte, ci sarebbero troppe cose da raccontare, aneddoti, momenti poetici, cose che non si possono dire ma che rimangono indelebili, la nostra collaborazione per “Un tempo piccolo”…  

 

E Pino Daniele?

A livello musicale il più grande musicista italiano mai conosciuto, forse il più grande mai esistito in Italia negli ultimi 100 anni. Facevamo delle jam session di blues a casa sua, totalmente presi dalla musica, dall’altissimo valore che questa ha, la sua forza dirompente, il suo significato reale. Le nottate che a casa di Pino abbiamo fatto non si contano, interrotte solo da qualche spaghettata verso mezzanotte. Un grandissimo. Tre personalità enormi, persone differenti Lucio, Franco e Pino, ma tre artisti eccezionali. Mi mancano e ci mancano molto.

 

Sembra ieri eppure hai messo insieme 30 anni di carriera.

E già, ho iniziato giovanissimo, appena ventenne, e di anni ne sono passati 30. La cosa che mi gratifica di più è non aver accettato compromessi: ho fatto i pezzi che volevo fare, non sempre facili, che sarebbero arrivati dopo, magari ad un secondo o terzo ascolto, rifiutando i tormentoni estivi. Volevo che la mia carriera seguisse la mia passione, i miei studi, la mia voglia di fare musica ispirata a quei maestri che abbiamo citato e a quella scuola cantautoriale lì. E sapere che certi pezzi come “La descrizione di un attimo”, “Due destini”, “Per me è importante” e tante altre sono diventate dei classici è motivo di grande soddisfazione. Le scelte pagano, anche quelle più sofferte, che ti costringono a rinunciare a qualcosa nell’immediato, guardando oltre. E di questo devo ringraziare anche il pubblico, i miei fan, che mi seguono e si rinnovano, da chi aveva 20-30 anni quando ho iniziato, a chi ha 30 o 40 anni oggi. Questo essere “intergenerazionale” e avere un bel pubblico che apprezza il tuo percorso per un artista è molto importante. Per me è la cosa più importante.

 

Su cosa stai lavorando?

Ad un album di inediti che uscirà dopo l’estate e ad una sceneggiatura di un film.

 

A proposito di cinema, quello che stiamo vivendo in questi giorni è surreale. Sembra appunto uno di quei film di genere che ti piacciono tanto.

È così purtroppo. Sembra un film, quei fanta-horror nei quali la gente scappa da un misterioso virus. Ieri sera per un attimo stavo pensando di vederne uno del genere, mi ero detto “così quando torno nella realtà non c’è molta differenza”. Ma poi non l’ho fatto, mi prendeva troppo male.

 

Hai fatto bene. Poi cosa hai visto?

In questi casi un classicone di Verdone, per ridere e non pensare: Acqua e sapone. Stasera mi sparo Borotalco. Anche a voi consiglio di staccare ogni tanto dai Tg e dalle notizie con film leggeri e di “evasione”. Mamma mia che momentaccio, non ci si può credere. Ma ce la faremo, basta solo osservare quello che ci hanno detto: stare a casa, tutti. Uscire solo per andare al supermercato o in farmacia. Per chi deve andare per forza a lavorare toccherà trovare una soluzione. I cinesi ce l’hanno fatta perché hanno evitato ogni tipo di contatto e rispettato alla lettera le istruzioni. Questa cosa dipende molto da noi, e se non la adottiamo subito, non c’è via d’uscita. Dobbiamo tirare fuori tutto il nostro senso civico, di rispetto e amore verso il prossimo, e anche per noi stessi, perché potrebbe capitare anche a noi.

 

L’idea che in caso di mancanza di macchine per la respirazione e strumentazioni qualcuno deve essere sacrificato fa rabbrividire.

È la metodologia degli ospedali da campo in guerra. Se dopo una granata arrivano 10 feriti e non hanno i mezzi e le possibilità per curarli tutti, si interviene su chi ha più speranze di vita. È una cosa spaventosa, disumana, ma è esattamente ciò che avviene in guerra. Mai avremmo voluto arrivare a questa situazione. Muriamoci dentro casa e scongiuriamo il peggio. Mi aspetto molto da chi continua a sottovalutare la cosa, chi fa disinformazione o chi prosegue a fare la vita normale di tutti i giorni. 

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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