4 Aprile, 2020
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Giampiero Rinaldi, tra cortometraggi, fotografia e il sogno della recitazione

di PIER PAOLO MOCCI

“Pur essendo figlio d’arte – o forse proprio per questo – ho sempre avuto un rapporto contrastante con la fotografia. Me ne sentivo affascinato ma, al tempo stesso, non riuscivo a goderne appieno, poi avendo scoperto la passione per la regia cinematografica ho finito con l’innamorarmi definitivamente. E ancora oggi, quando mi chiedono cosa sia per me la fotografia o il realizzare un film sento sempre un’esitazione: qualunque definizione mi venga in mente mi sembra banalizzi. Mi affido dunque alle parole di Isadora Duncan, danzatrice: ‘Se lo potessi dire con le parole, non ci sarebbe alcun motivo di dirlo con la danza’. Ecco risponderei così”. Parole di Giampiero Rinaldi, fotografo e filmmaker indipendente, autore di numerosi cortometraggi come Pericle, E pure stasera…, Just a Little act.

 

Attualmente sei sul set del suo nuovo cortometraggio. Di cosa si tratta?

 Questo nuovo progetto tratta di un rapporto difficile padre e figlio, cerco di raccontare quanto sia importante il ruolo di un genitore, spesso in età giovane sottovalutato. Siamo spesso distratti e non ci rendiamo conto che il tempo vola via in un attimo. L’ambientazione è quella a me cara della periferia: quando vedo cortometraggi/film ne sento spesso parlare come luoghi malfamati dove succedono cose non belle, il mio desiderio è invece quello di valorizzare la periferia. Inoltre vedremo anche una storia d’amore, ma non voglio svelare troppo.

 

Hai realizzato una decina di cortometraggi, alcuni anche distribuiti all’estero in festival e rassegne. Il cortometraggio è considerato un “apprendistato”, un passaggio, ma invece ha anche una sua finalità, come i racconti brevi stanno al romanzo. Peccato che a livello distributivo non circolino molto nelle sale.

Io credo che il cortometraggio sia anche una sfida per un regista, in pochi minuti raccontare tutta una storia. Secondo me non si può considerare il fratello minore del film, ma un linguaggio a sé stante. Sono convinto che le competenze sviluppate nella realizzazione di corti siano un bagaglio importante anche nell’eventuale passaggio a un film.

 

E della tua attività fotografica cosa ci dici?

Nasco in fotografia grazie a mio padre Giulio, ormai in pensione dopo tanti anni di servizio, ricordo ancora l’odore degli acidi quando stampava foto in studio. Negli anni la mia attività non è rimasta solamente fotografica, ma dopo aver fatto workshop di regia e recitazione ho intrapreso anche una carriera da filmmaker.

 

Su cosa stai lavorando?

Da due anni porto avanti il progetto “BOX24”: si tratta di una serie di ritratti in bianco e nero dove i soggetti sono tutti artisti: attori, registi e altro. Ho avuto cosi la fortuna di conoscere e ritrarre personaggi come Mario Sesti, Pino Pellegrino, Alessandro Grande, Giovanni Bufalini. E’ un progetto che non ha fine, continuo a scattare ad artisti in modo che la mostra continui a crescere.

 

 Progetti, idee, sogni nel cassetto?

Nei miei progetti futuri c’è quello di realizzare un film su una mia esperienza personale, nello specifico la forte amicizia con Marco Giannoni che oggi non c’è più. Un amico che mi ha dato tanta voglia di credere in quello che facevo in un momento in cui non sapevo se la strada era quella giusta. Idee? Usare il linguaggio cinematografico per dare voce a chi non può. Non nascondo che tra i miei sogni nel cassetto c’è anche quello di fare l’attore oltre il regista.

 

 

 

 

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