4 Agosto, 2020
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Rodolfo Laganà: «L’improvvisazione… non si improvvisa»

di PIER PAOLO MOCCI

L’attore dal 28 gennaio al 9 febbraio al Teatro Sette di Roma con lo spettacolo “Toro Sedato”. «E’ un encomio alla lentezza, dovuto anche alla mia condizione… Ma anche da seduto si possono dire un sacco di cose. Come un Angelo sopra il Prenestino, citando Wenders, osservo la Città Eterna e la racconto a modo mio».

Il Raccordo Anulare World Tour continua per Rodolfo Laganà che, dal 28 gennaio al 9 febbraio raggiungerà il palco del Teatro Sette (Via Benevento, 23 – zona Piazza Bologna) con il suo show “Toro Sedato”. L’attore, cresciuto nel mitico Laboratorio di Gigi Proietti, prosegue i suoi monologhi su Roma e la romanità con leggerezza, poesia e divertimento, accompagnato – tra una battuta e un racconto – dalla splendida voce di Jacqueline Maria Ferry protagonista canora degli intermezzi musicale. Il testo dello spettacolo è scritto dallo stesso Laganà con Paola Tiziana Cruciani e Roberto Corradi.

Laganà, uno spettacolo che si fa voce della romanità non può mai passare di moda.

«A Roma ci sono decine di piccoli teatri di quartiere, i cosiddetti teatri di “cintura” ed io ho scelto di farli piano piano tutti. Ogni volta ovviamente lo show ha degli inserti nuovi in base alla situazione che viviamo, anche se io ho sempre preferito la satira sociale a quella politica. La politica non la trovo più particolarmente interessante, qualcosa che fa ormai davvero poco ridere».

Chi è il suo Toro Sedato?

«Un capo “indiano” della periferia romana che, da lontano, guarda la sua città con meraviglia, disincanto, senso critico, ironia e amore. E soprattutto lentezza, una lentezza che non è solo indolenza ma è anche una filosofia di vita. Il romano è condannato alla lentezza per via del traffico, della burocrazia, delle ondate di turisti del centro che impallano la visione dei monumenti. Una dimensione che ho imparato a conoscere bene, per via della mia situazione di malato di Sclerosi Multipla».

Le posso dire che la sua lotta alla malattia, la dignità e il coraggio con la quale la sta affrontando, sono davvero encomiabili?

«Grazie. Ormai ho imparato a conviverci. All’inizio è stata una botta, più che una lotta. Poi, o ci fai i conti… Oppure ce li fai lo stesso. Allora tanto vale apprezzare ciò che comunque hai. In fondo il teatro è fatto di parola e quella non mi manca. Non posso ballare certo, né fare grandi evoluzioni e spostamenti sul palco. Ma anche da seduto si possono dire tante cose… ».

Quale consiglio o insegnamento del suo maestro e amico Gigi Proietti porta sempre con sé?

«Il saper stare in scena. Trovare quella giusta alchimia che ti consente di capire quando il pubblico, specie in spettacoli comici del genere, ha voglia di giocare e interagire… Lì devi essere pronto ad improvvisare. E l’improvvisazione, si sa, non è qualcosa che si improvvisa».

Ed invece il suo legame artistico con Paola Tiziana Cruciani?

«Con Paola c’è un sodalizio professionale e un’amicizia che vanno avanti ormai da 40 anni. Nessuno dei miei spettacoli viene ideato o concepito senza di lei. Scriviamo insieme, ci compensiamo: se io scrivo una battuta lei costruisce la situazione o viceversa. Il nostro è davvero un rapporto di collaborazione incredibile e ancora stimolante. Abbiamo idee e progetti. Non ci annoiamo mai».

Non mancano momenti più delicati e perfino poetici, come il monologo dell’Angelo del Prenestino.

«Un omaggio al cinema d’autore, al Wim Wenders del Cielo sopra Berlino. Nel mio caso del Prenestino. Sorvolo la Città Eterna e la racconto a modo mio».

A proposito di cinema d’autore, ci manca vederla in ruoli drammatici. Memorabile fu quel bellissimo Prendimi e portami via del compianto Tonino Zangardi.

«Non lo dica a me, non posso farci niente. D’altronde il cinema quando decide che sei “comico” ti bolla e ti mette quell’etichetta lì, finché non arrivano grandi registi che sanno guardare oltre e capire che il comico è innanzitutto un attore, capace di toccare altre corde. Come poi se far ridere fosse facile».

Bellissimi gli spettacoli dove ha recitato accanto a Massimo Wertmuller, Amici per la pelle, o con Francesco Pannofino, Ladro di razza, solo per citare gli ultimi.

«In qualche modo avevano entrambi a che fare con il periodo della guerra. Uno, quello di Stefano Reali, su una storia di eroismo di un ragazzino martire della Resistenza. L’altro, scritto da Gianni Clementi, sui giorni del Rastrellamento del Ghetto. Due spettacoli ai quali sono molto legato e nei quali la storia di questa Città si fonda. Anni terribili, nei quali il popolo romano ha dato prova di grande coraggio. Altro che lentezza».  

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

 

 

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