4 Agosto, 2020
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Michela Andreozzi: «Voi uomini dovreste imparare a fare le lavatrici…»

di PIER PAOLO MOCCI

L’attrice e autrice in scena alla Sala Umberto di Roma con lo spettacolo “Figlie di EVA” accanto a Vittoria Belvedere, Mariagrazia Cucinotta e Marco Zingaro, per la regia di Massimiliano Vado. «Noi donne siamo ancora lontane da una vera emancipazione, c’è tanta strada ancora da fare. Amadeus? So quanto sia gentile e corretto: credo si sia semplicemente espresso in un modo facile da equivocare. I miei film da regista sono al femminile perché non siamo adeguatamente rappresentate, al cinema siamo sempre relegate a ruoli secondari»

C’è un piccolo cult che si sta facendo largo sulle scene romane dopo aver riempito, l’anno scorso, i teatri di mezza Italia, in procinto di proseguire la sua fortunata tournèe, dopo l’estate, con la terza stagione di repliche consecutive. Si chiama “Figlie di EVA”, dove Eva sta per l’acronimo delle tre protagoniste (Elvira, Vicky e Antonia), interpretate da Vittoria Belvedere, Mariagrazia Cucinotta e Michela Andreozzi, anche autrice del testo insieme a Vincenzo Alfieri e Grazia Giardiello (la regia è di Massimiliano Vado e l’unico maschio in scena è invece Marco Zingaro).

Fino al 9 Febbraio la commedia è in scena alla Sala Umberto e non ci sono partite, parcheggi, intemperie o cause di forza maggiore che tengano: lo spettacolo prosegue il suo cammino a suon di risate al femminile, forte di un testo calibrato su tre protagoniste in stato di grazia.

Elvira, Vicky e Antonia sono “tre lati” della stessa medaglia, rappresentano la complessità del mondo femminile che la generosa Andreozzi – deus ex machina – ha scomposto e arricchito di sfumature, condividendo con le sue compagne la scena anziché cucirsi addosso una supereroina invincibile, multitasking e pronta a tutto pur di rovinare la vita (e non vi sveliamo il perché) al loro comune nemico, scagliandogli contro un avversario costruito a tavolino. D’altronde Andreozzi ci ha abituato a commedie corali scritte su donne dimenticate da tante sceneggiature, che non siano le classiche “mogli di”. A proposito, neanche a farlo apposta, la “polemica” sanremese sembra calzare a pennello con questo spettacolo e con il “mondo andreozziano”, un mondo dove è l’uomo a stare un passo indietro..

Togliamoci questo dente, Amadeus ha fatto una gaffe o è stato frainteso?

«Lo conosco personalmente e so quanto sia gentile, corretto e attento con i colleghi ma sopratutto con le colleghe. Noi tutti abbiamo introiettato un modo di pensare in cui viene dato per scontato, ma non solo a Sanremo, che la donna sia sempre un passo indietro. Credo che “Ama” si sia semplicemente espresso in un modo facile da equivocare: le parole sono manipolabili, soprattutto nelle classiche diatribe pre-kermesse. Questa ha tutti i presupposti per essere una edizione pop. Vediamola e poi giudichiamo, no?».

Lei non lo vedrà, visto che fino al 9 febbraio è impegnata alla Sala Umberto, diretta da suo marito, con due compagne di scena con le quali forma un trio delle meraviglie.

«Ho scritto questo spettacolo due anni pensando già a Mariagrazia e Vittoria, che sono due amiche con cui volevo lavorare. Nasce come un soggetto per il cinema che avevo scritto con il collega Vincenzo Alfieri, ma poi abbiamo capito che l’immediatezza del teatro gli avrebbe giovato, e con Grazia Giardiello lo abbiamo sviluppato per il teatro. E’ la storia di tre donne completamente diverse che insieme trovano il modo per vendicarsi di un uomo che, ad ognuna di loro e per motivi diversi, le ha fregate. Di base, una storia di sorellanza, come mio solito!».

Il teatro pare venga giù dalle risate in certi momenti.

«Vedere la Cucinotta in un ruolo comico e la Belvedere in preda ai tic che impreca (il suo personaggio ha la sindrome di Tourette, ndr) in calabrese stretto, eftettivamente spiazzano! Ma soprattutto c’è una forte alchimia, perché nella vita siamo molto amiche e siamo diventate complici dopo 100 repliche. L’alchimia comunque è alla base di questo progetto, da subito la produttrice Marioletta Bideri, anche lei donna,  ci ha creduto  e lo sostiene, e ora puntiamo alle 200 repliche! Lo hanno già richiesto per il prossimo anno. Non capita più tanto spesso a una commedia».

Lei è specializzata in commedie al femminile, quota rosa del cinema italiano per eccellenza con i suoi due film da regista, presto tre…

«Per il terzo  siamo ancora in fase di scrittura ma non sono sicura di occuparmi ancora una volta di donne. Ci ho lavorato tanto. Certo mai abbassare la guardia: lo dico anche come attrice, purtroppo al cinema la donna è spesso confinata in  ruoli secondari, da spalla. Per fortuna abbiamo un caso isolato, quello della straordinaria Paola Cortellesi che ha fatto da apripista. Ma, ad eccezione dei suoi film, c’è poco cinema dedicato alle donne come protagoniste assolute. E’ uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo!».

Prima con Nove lune e mezza e poi con il recente Brave ragazze. Che esperienze sono state?

«Le uscite in sala sono una vero patema per me, sudo. Ansia da prestazione, timore del giudizio, attesa della risposta… Però farli è meraviglioso, amo il set e mi viene naturale gestirlo. Come dice mio marito, almeno lì ti pagano per comandare».

Brave ragazze a febbraio sarà trasmesso su Sky, una nuova vita per un film che non ha ricevuto al botteghino quanto avrebbe meritato.

«Gli incassi sono importanti, ma quando esci è un terno al lotto. Sei nelle mani della concorrenza, del passaparola, del meteo e del destino. Il passaparola avrebbe anche funzionato, alla gente è piaciuto. Col destino invece ho un credito. Diciamo che ancora devo raccogliere, nella vita, la mia quota di botta di culo (si può dire?). Certo ho sfidato la sorte, con un film di genere, una commedia che è anche un heist movie, con temi femminili. In effetti ci sono andata giù pesante, ma lo rifarei paro paro e non vedo l’ora esca sulle piattaforme. Il pubblico va conquistato, il film vanno sostenuti. Sono anche una delle pochissime donne a fare commedia, ho bisogno di altre donne che scendano in campo e di alleati».

E li sta trovando?

«Ma certo. La produzione con cui lavoro crede nella qualità e non solo nei numeri. Io mi impegno, nell’ambiente ho ascolto, risposta. Mi sento comunque fortunata. Ma, da donna, non posso mollare».

In che senso?

«Che c’è un lavoro antropologico da fare, culturale, che sradichi a poco a poco quel pensiero intrinseco con cui cresciamo che, a casa, di base,  la lavatrice dobbiamo farla noi. Quante mansioni, non solo casalinghe, sono ancora automaticamente appannaggio della donna? Ci sono un’infinità di pregiudizi radicati ancora invisibili. Se vediamo in un ospedale un uomo e una donna col camice bianco, l’istinto è di pensare che il primario sia lui. La strada è ancora molto lunga, ma siamo pronte».

Quest’anno le verrà assegnato il prestigioso premio Afrodite come “eccellenza femminile nell’arte”. Si dice che certi riconoscimenti, le vittorie e i trofei, sia meglio prenderli.

«E se me li danno me li prendo! I premi sono riconoscimenti che valgono non solo per me ma per tutte le persone che puntano o credono in me. E per me sono un incoraggiamento. Bisogna continuare a farsi sentire. Ma non solo per raccontare storie “al femminile”, per secoli gli uomini hanno scritto delle donne, non vedo perchè non potremmo fare lo stesso, viceversa. Lei Mocci, ad esempio, le fa le lavatrici?».

Effettivamente no. Ma solo perché ho paura che si rompa l’oblò e schizzi fuori tutto il contenuto. È una fobia, non posso farci niente. Io alla lavatrice non mi ci avvicino mai e quando c’è la centrifuga per un attimo penso sempre al peggio, che possa scoppiare tutto da un momento all’altro.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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