4 Agosto, 2020
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Pinocchio di Matteo Garrone, un Candido in una fiaba dei fratelli Grimm

Matteo Garrone durante le riprese di Pinocchio. Foto credit Alain Parroni

di MAURIZIO ERMISINO

Non sarà il Pinocchio della Disney, e nemmeno quello di Roberto Benigni. Il Pinocchio di Matteo Garrone – dal 19 dicembre al cinema – è qualcosa di mai visto prima, qualcosa di magico. Il cinema di Matteo Garrone ci ha abituato – specie negli ultimi film – ad una crudeltà dello sguardo, una spietatezza dell’inquadratura, per mostrare senza sconti la verità (basti pensare al suo ultimo, acclamato Dogman). Ma lo sguardo di Garrone sa essere anche pieno di meraviglia, mostrando quel “realismo poetico” rintracciabile in uno dei suoi primissimi film, il poco conosciuto, indipendente e delicato Estate Romana, fino all’apoteosi fantasy de Il racconto dei racconti, passando per il compassionevole e affettuoso Reality, una “favola moderna” quest’ultima dentro la quale i personaggi vivono la felicità e il riscatto a loro modo, al di là di ogni giudizio e pregiudizio.

Oltre alla storia che racconta, il suo occhio sui personaggi è empatico, a tratti lieve e perfino sublime: con loro Garrone cerca sempre di avere un forte legame emotivo. E allora ci immaginiamo uno sguardo pieno di affetto e comprensione per questo burattino che vuole essere “vero” in un mondo – quello di oggi – fatto di apparenza e mistificazione, di immagine virtuale, di liquidità. Il cinema di Matteo Garrone è, in fondo da sempre, una commistione tra reale e fantastico.

Il corpo nudo di Michela Cescon in Primo amore e le Vele di Scampia di Gomorra sono sì reali, ma sono anche trasfigurate in simbologie metafisiche e astratte. Ne Il racconto dei racconti le storie fantastiche di Basile sono incantate, come da loro natura, ma sono anche terrene e tangibili. La fiaba e il fantastico sono narrate calandosi in una realtà poetica ed immaginifica (archetipi su cui in molti, tra cui i Fratelli Grimm, hanno costruito i propri mondi).

Matteo Garrone ha riformulato completamente i codici del genere, riportando le fiabe alla loro natura iniziale, quella di racconti ancestrali, morali, perfino “crudeli”. Queste atmosfere sono già presenti, ad esempio, in Gomorra: l’episodio di Pasquale, il sarto, ha una dimensione un po’ fiabesca. E la sequenza in cui vede Scarlett Johansson con l’abito cucito da lui sembra quella di una favola: è come se vedesse una principessa con il suo vestito sul cocchio.

È per questo che siamo di fronte ad un Pinocchio non convenzionale, magico ma non accondiscendente. In fondo la storia di Collodi ha a che fare con la diversità, con i sogni e le aspirazioni, e anche con i sensi di colpa. E tutto questo è nelle corde di Matteo Garrone, capace di scandagliare le ombre dietro le luci, e il contrasto tra questi due aspetti, che è nella natura umana. “I miei film fanno vedere i conflitti che vivono le persone, le conseguenze di certe scelte”, ha ripetuto il regista. “Cerco sempre un racconto che sia tale attraverso le azioni dei personaggi. Credo in un film legato all’espressione, all’aspetto emotivo e al linguaggio”.
Come le creatura soggiogata dalle mani di un artigiano, l’ingenuo ragazzo irretito dall’Imbalsamatore, anche Pinocchio – che nasce forgiato dalle mani di un falegname – è la storia per eccellenza di un essere puro, di un Candido destinato a scontrarsi con il mondo.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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