13 Agosto, 2020
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Miriam Galanti: «Porto in scena il lato oscuro di una donna fragile»

Miriam Galanti e Federico Rosati in "After the end". Foto credit Pino Le Pera

di LAURA DE DANIELI

L’attrice è protagonista al Teatro Brancaccino di Roma dello spettacolo After the end per la regia di Marco Simon Puccioni. Nei prossimi mesi la vedremo nel film In the trap. Recentemente ha portato a Venezia un cortometraggio sul femminicidio. “Un dramma – racconta – che dovrebbe essere affrontato nelle scuole, rispetto al quale siamo ancora molto indietro”

Una giovane attrice versatile e brillante, protagonista di piccoli grandi film d’autore in arrivo nel corso del prossimo anno. Miriam Galanti è decisamente uno dei volti più interessanti del momento. Fino al 22 dicembre sarà in scena al Teatro Brancaccino di Roma con il thriller psicologico After the end, insieme a Federico Rosati, per la regia di Marco Simon Puccioni. “Questo testo lo conosco da alcuni anni – racconta – scoprii l’autore, Dennis Kelly, durante gli anni del Centro Sperimentale e da lì iniziai a leggere molti suoi testi. After the end fu quello che, da subito, maggiormente mi colpì, me ne innamorai immediatamente e ho sempre desiderato poterlo portare in scena”.

Ci racconti il suo personaggio.

Louise attraversa una grande metamorfosi. La sofferenza la porta a diventare ciò che non vorrebbe mai essere, ciò che lei critica e teme. L’esperienza traumatica che attraversa la trasforma in una persona completamente diversa. Louise e Mark sono obbligati a vivere in un rifugio antiatomico dopo un’esplosione, forse un attacco terroristico nucleare.

Questo testo mette a nudo l’animo umano, la relazione tra un ragazzo ed una ragazza totalmente diversi.

Lui da sempre innamorato di lei, lei assolutamente no: lui il nerd del gruppo e lei la “diva”. Il loro rapporto diventa distruttivo per entrambi, dove il gioco di potere e la lotta per la sopravvivenza trasformano questi “esseri sociali” in “esseri bestiali”. La regia di Marco Simon Puccioni, regista di grande sensibilità che viene dal mondo cinematografico, esalta tutto questo. After the end, la sua prima regia teatrale, è un viaggio che abbiamo intrapreso insieme tutti e tre: io, lui e Federico Rosati per scoprire profondamente dove questo testo può condurci.

Si parla di paure e fragilità, quali sono le sue?

Ne ho tantissime. La paura più grande è senza dubbio quella di perdere le persone che amo. E come Louise, il personaggio che interpreto, ho paura di diventare ciò che non vorrei. C’è una battuta di Louise che sento molto affine al mio pensiero, dice così: “Io credo che l’unico modo in cui gli altri ti possono veramente distruggere, è quando permetti loro di farti diventare qualcosa che non sei”. Ecco io spero di non perdere mai di vista i punti fermi della mia vita, i valori in cui credo e per cui combatto.

 Con l’anno nuovo uscirà nelle sale italiane In the trap, per la regia di Alessio Liguori,  film che la vede coprotagonista e unica attrice italiana accanto a Jamie Paul (Black Mirror), David Bailie (I pirati dei Caraibi, La casa di Jack) e Sonya Cullingford. Un film molto apprezzato al Trieste Science+Fiction Festival.

Anche questo è un ruolo e, più in generale, un film caratterizzato da un senso di claustrofobia. È incredibile come i ruoli e le storie che interpreto in questo periodo della mia vita siano, seppur completamente diversi, accomunati da questa vicinanza. Entrambe sono donne con un forte lato oscuro. Quel lato oscuro che prenderà il sopravvento e la porterà a compiere azioni assolutamente impensabili per lei fino a poco tempo prima. Credo che in me, di questi personaggi, ci sia la voglia di liberarmi, la voglia di uscire dagli schemi, dalle convenzioni, ma soprattutto dalla “gabbia”. Louise vuole uscire dal bunker, Sonia nel film vuole uscire dalla casa. Entrambe hanno una grande forza e determinazione, lottano con tutte le loro forze per riuscirci, sono estremamente testarde ed in questo mi ci riconosco molto.

Alla Mostra del Cinema di Venezia hai ricevuto il premio “A New Talent Beyond” per la migliore interpretazione nel cortometraggio Metamorfosi di Gilles Rocca sulla tematica del femminicidio. Il progetto viene scelto dal Ministero degli Interni per rappresentare l’Italia in Europa nella lotta contro la violenza sulle donne.

Credo che potremmo fare molto di più su questo tema. Innanzitutto dovremmo agire, come società, già dalle scuole. È da li che dobbiamo cominciare veramente a fare qualcosa per far crescere bambine più consapevoli della loro forza, del loro valore, del loro coraggio e bambini più rispettosi delle loro compagne. Inasprire le pene è certo necessario, ma io credo che per ottenere dei risultati duraturi l’unico modo sia quello di trasformare questa società ancora fortemente maschilista, in una società dove l’uomo e la donna siano considerati davvero alla pari. È un percorso lungo e tortuoso, non immediato nei suoi risultati, ma assolutamente necessario.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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