22 Gennaio, 2020
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Vinicio Marchioni: «Mario, Marcello, Totò… scusatemi tanto»

Vinicio Marchioni, Giuseppe Zeno e la compagnia de "I Soliti Ignoti"

di MAURIZIO ERMISINO

L’attore e regista porta in scena all’Ambra Jovinelli di Roma l’adattamento teatrale del film I Soliti Ignoti, capolavoro di Monicelli, ritagliando per sé il ruolo di Mastroianni. «Nessun confronto è possibile essendo nomi inarrivabili, il mio è un omaggio fatto con grande umiltà. Rifletto sul fatto che forse oggi non siamo poi così lontano da quei tempi lì…»

Per capire l’amore per il teatro di Vinicio Marchioni si deve vedere una scena de Il terremoto di Vanja, il film, presto nelle sale, che documenta la messa in scena dello Zio Vanja di Čechov, ambientato nelle zone terremotate del Centro Italia. Davanti alle crepe sui muri, prima della recita al Teatro Ridotto dell’Aquila, l’attore e regista si chiede che senso abbia il suo spettacolo, che utilità abbia il suo lavoro; in quelle ore riaffiorano tutti i dubbi sul significato del mestiere dell’attore di fronte a un posto in cui, in alcune zone, dopo 9 anni, non è stato toccato neanche un sasso. Si è sentito come lo Zio Vanja, che incarna tutto il fallimento possibile.
è evidente che a Vinicio Marchioni piacciano le sfide. Dopo quell’esperienza ha deciso di portare in scena I soliti ignoti, adattamento teatrale di Antonio Grosso e Pier Paolo Piciarelli dal grande classico del cinema di Mario Monicelli (del 1958), tratto dalla sceneggiatura firmata dallo stesso regista con Suso Cecchi D’Amico, Age & Scarpelli.

Marchioni, oltre a dirigere lo spettacolo, si è scelto il ruolo che fu di Marcello Mastroianni. “Senza paura del confronto perché parliamo di nomi inarrivabili”, racconta con candore e sincerità l’attore recentemente al cinema ne L’uomo del labirinto e in tv nel ruolo di Massimo D’Alema nella serie 1994. “Ho solo provato a prendere l’essenza di quei personaggi. E con un lavoro molto diverso da quello di Zio Vanja: in quel caso ho provato ad attualizzare il testo, qui invece lo lascio negli anni 50, sarà poi lo spettatore a fare il confronto tra quell’epoca e le odierne miserie”. Dopo il debutto del 6 dicembre a Caserta, I Soliti Ignoti arriva dal 18 dicembre al 6 gennaio al teatro Ambra Jovinelli di Roma, per poi proseguire la tournée in tutta Italia fino al 19 marzo.

Da dove nasce la sua grande passione per il palcoscenico?
La scintilla è scoccata all’università: ho studiato storia del teatro e del cinema alla facoltà di Lettere alla Sapienza e fu in quegli anni che vidi l’Enrico IV di Pirandello con Salvo Randone e rimasi folgorato. Nasco come attore di teatro, per via della scuola fatta a Roma per tre anni e poi al Centro Santacristina con Luca Ronconi.

In che modo avete lavorato sull’adattamento de I Soliti Ignoti?
L’80% di quello che portiamo in scena è la sceneggiatura del film. L’adattamento consiste nel fatto di aver reso teatrale soprattutto la morte di Cosimo, che in teatro non possiamo vedere, e l’aver accorpato in un’unica attrice i ruoli di Carmela e Nicoletta. La sceneggiatura del film è un ingranaggio così perfetto che sarebbe stato un delitto metterci le mani.

Perché non ha ambientato la storia ai giorni nostri come fatto per Uno Zio Vanja?
Ho cercato di mantenere la struttura originale del film: siamo in quella Italia lì, nel 1958. Ma non c’è una scenografia realistica: il realismo del film lo abbiamo riportato attraverso i costumi di Milena Mancini. Volevo far vedere al pubblico l’Italia e gli italiani com’erano settant’anni fa e come siamo diventati oggi. Quella ingenuità, quella leggerezza, quella cialtronaggine, quell’ironia straordinaria e cinica potrebbero creare un effetto nostalgia. Dobbiamo recuperarla quell’ingenuità: siamo diventati troppo cattivi, pesanti, non siamo dotati più di quell’incoscienza.

L’arte di arrangiarsi non è cambiata molto.
Ci freghiamo gli uni con gli altri come i protagonisti del film. Anche quella miseria, che oggi è di un altro tipo, c’è: la crisi dell’Italia, il fatto che si fa fatica ad arrivare alla fine del mese, nonostante i quattro telefonini in ogni casa, penso ci sia ancora.

Qual è il ruolo che si è scelto, e come ha deciso di confrontarsi con il protagonista?
Oltre a curare la regia mi sono tenuto il ruolo di Mastroianni. Per ognuno di noi si è tratto di confrontarsi con un grande. Il ruolo di Peppe, che fu di Vittorio Gassman, è di Giuseppe Zeno; Augusto Fornari è Cosimo-Memmo Carotenuto; Ivano Schiavi interpreta quello dell’inarrivabile Totò. Salvatore Caruso è Capannelle, Vito Facciolla è Ferryboat, Antonio Grosso è Mario che fu Renato Salvatori, e una giovane attrice, Marilena Anniballi, è Carmela e Nicoletta insieme, ovvero la Cardinali e Carla Gravina.

Ci parli del “suo” Mastroianni.
Corro il rischio di farne una “copia” per il fatto che non credo sia giusto allontanarsi troppo dall’idea che la gente ha di lui. Avrei potuto fare tutt’altra cosa, ma chi sono io per decidere di cambiare registro? Come la metti, sbagli. Allora ho cercato l’aderenza all’originale. Chiamatelo omaggio. Umile, appassionato, omaggio.

Praticamente l’esatto opposto del “suo” Zio Vanja, tanto a teatro quanto il documentario che vedremo al cinema.
Così come mi sono divertito con Milena Mancini per adattare Čechov ai giorni nostri e trovare appigli alla contemporaneità, qui penso sia stato giusto rientrare nell’immaginario collettivo: tutti questi ruoli sono dei caratteri da commedia. E, come ci insegna la Commedia dell’Arte, non ti puoi allontanare molto da certi stereotipi. Per Mastroianni allora ho cercato di prendere quell’indolenza straordinaria, quella sua leggerezza, quel suo “essere Mastroianni”. Ovviamente inarrivabile.

Da regista ai suoi attori cosa ha chiesto?
Ho cercato di convincerli a non avere paura del confronto. Gli originali sono talmente grandi che non potremmo mai né superarli né eguagliarli. È molto divertente provare non a imitarli, ma a prendere i tratti distintivi di quei personaggi.

Quando vedremo, invece, il suo docufilm Il terremoto di Vanja presentato alla Festa del Cinema di Roma?
Stiamo lavorando all’uscita nelle sale, speriamo possa avvenire prima di Natale, e di fare delle proiezioni mentre lo spettacolo è in giro per l’Italia. Stiamo lavorando anche sul mercato estero e sui festival internazionali.

Nel film c’è un momento in cui, prima di andare in scena a L’Aquila, viene preso dai dubbi sul senso del suo lavoro. Che momento è stato?
Molto difficile: domande così profonde sono scaturite dallo studio su Čechov, un autore che ti entra dentro in profondità. Ma è stato anche un momento meraviglioso: andare in scena, al motto di “the show must go on”, ti fa capire che, così come la vita va avanti, perché è più forte di tutto, anche chi fa teatro va avanti, e lo deve fare, nonostante tutto. Se lo fai con onestà, cercando di farti le domande giuste, il pubblico se ne rende conto e ti accoglie. Così come ha fatto il pubblico dell’Aquila: è stata una delle serate più intense della mia carriera.

è stato un perfetto Massimo D’Alema nelle serie 1993 e 1994.
È stata una delle cose più difficili in assoluto: se giri tre o quattro scene in una serie non hai un arco narrativo per costruire un personaggio, devi cercare di centrare quell’obiettivo con pochissime cose, con sequenze spesso molto brevi. Mi sono concentrato sul sorriso di D’Alema e sul suo eloquio: ho ascoltato molti discorsi e ho cercato di riprendere il suo modo di parlare: è uno degli ultimi politici che ha un’arte oratoria davvero invidiabile.

Televisione, cinema, teatro: come cambia l’approccio a mezzi così diversi?
Dopo Romanzo Criminale non ho praticamente fatto altra Tv, solo due miniserie in due puntate per la Rai, e questa piccola partecipazione in 1993 e 1994. Sto aspettando un ruolo da protagonista e la serie giusta per me. Preferisco il cinema, cercando ruoli, storie e registi a cui possa affidare il mio lavoro. E ogni anno cerco di fare teatro, perché senza non riuscirei a resistere e ad esistere. Da qualche anno sono passato anche alla regia e trovo tutto molto stimolante. Dopo Uno Zio Vanja e lo spettacolo su Dino Campana, con la compagnia che ho con mia moglie (Milena Mancini, ndr) sto portando avanti anche spettacoli con altri attori. Quando inizi a guardare tutto quanto “da dietro” il punto di vista sul mondo si capovolge.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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