18 Gennaio, 2020
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LA CULTURA E’ ROCK Intervista a Roberto Pisoni, direttore di Sky Arte

Nella foto (di spalle) il premio Oscar Jeremy Irons al Museo del Prado di Madrid in "La corte delle meraviglie", in onda il primo gennaio 2020 alle 21,15 su Sky Arte

di PIER PAOLO MOCCI

«La tv non è morta. Se intesa come elettrodomestico sicuramente sta male. Ma come mezzo fruitore di contenuti sta benissimo e può ancora dare molto. Su Sky oltre al calcio e al cinema ci siamo noi: i docufilm che produciamo sono i più scaricati on demand e vanno ai maggiori festival italiani ed internazionali. Dicono che abbiamo aperto un mercato, diventando un punto di riferimento non solo per il pubblico ma anche per gli addetti ai lavori». Sette anni di lavoro impeccabile per compiere un miracolo editoriale televisivo chiamato Sky Arte. La nostra intervista al direttore del canale 120 di Sky, Roberto Pisoni

Far diventare la cultura intrattenimento. Desacralizzandola, ma senza “abbassare i toni”, usando un linguaggio appropriato, a volte sperimentale, innovativo o al passo con i tempi, mai autoreferenziale. La mission di Sky Arte può considerarsi riuscita. A sette anni dalla nascita, a detta di tutti, il canale diretto da Roberto Pisoni è uno dei pochi apprezzabili, in un’offerta generalista ai minimi storici. Seppur all’interno di una piattaforma satellitare visibile solo su abbonamento, il canale 120 di Sky, ricco di biografie e documentari, è un faro abbagliante, una traccia da seguire nonché marchio di qualità all’interno di festival, mostre e rassegne.

Prima di lasciarvi all’intervista ecco alcuni appuntamenti soprattutto nel periodo delle feste da non perdere: Imagine, il docufilm girato da John Lennon e Yoko Ono durante la registrazione dell’album (passato l’8 dicembre ma disponibile on demand); Sting – A Winter’s Night (20 dicembre, alle 23.45); Il Giovane Picasso (21 dicembre, alle 21.15); Klimt & Schiele – Eros e Psiche (22 dicembre, alle 21.15); Elvis Presley – Re per Sempre (23 dicembre, alle 21.15); Andrea Bocelli Live in Central Park (24 dicembre, alle 21.15); Queen & Béjart – Ballet For Life (25 dicembre, alle 21.15); Maria Callas – L’ultima Tosca (27 dicembre, alle 21.15); Euro Disco – Dagli Abba ai Daft Punk (31 dicembre, alle 21.15); Il Museo Del Prado – La Corte delle Meraviglie (1 gennaio, alle 21.15); Coldplay – Live in São Paulo (5 gennaio, alle 21.15); Il Piccolo Principe – La Poetica dell’Invisibile (6 gennaio, alle 21.15).

Roberto Pisoni, allora la Tv non è morta?
Se intesa come elettrodomestico sta male, come scatola per fruire di contenuti sta benissimo. La Tv oggi va intesa come supporto per poter vedere qualcosa in qualsiasi momento. L’idea che si possa guardare o scaricare, on demand, un doc su Sky Arte mentre si fa la fila alle Poste mi sembra, se non rivoluzionario, sicuramente al passo con i tempi.

Che poi è la strada intrapresa anche da RaiPlay con il lancio definitivo della piattaforma.
Fiorello è sicuramente il timoniere giusto per far capire ad una fascia d’età adulta che sul web e “su richiesta” esiste un mondo immenso da esplorare. Ci guadagna la qualità, il mercato risponde, ci sono maggiori spazi. Siamo in un “new deal” delle telecomunicazioni ormai da anni. E ora tutti ne hanno consapevolezza.

In questi sette anni sotto la sua direzione, Sky Arte ha trovato un’identità forte ed è diventata un punto di riferimento per un pubblico che ha fortemente voglia e bisogno di contenuti di qualità.
Siamo nati con l’idea di avere finalmente un canale verticale sulla cultura in Italia, sulla scorta di quanto veniva fatto in Inghilterra da Sky Arts, per via della forte comunanza, anche strategica, con i nostri “cugini” di Sky UK. La cosa bizzarra è che in un paese come l’Italia non esisteva un canale dedicato alla cultura: molto spesso i programmi televisivi culturali vengono vissuti un po’ in maniera punitiva, l’idea di vedere un programma sulla storia dell’arte o sulla letteratura o sul teatro viene sempre vista come qualcosa di terribilmente noioso.

Avete riempito un vuoto. Ma lo avete fatto soprattutto nel modo giusto, con un linguaggio dal sapore rock e, talvolta, dallo stile “pop”.
Sì, è vero, c’era l’opportunità di riempire un vuoto editoriale reale, nel senso che quando abbiamo lanciato davvero non c’era nulla. “Passepartout”, il programma di Philippe Daverio era chiuso da un paio d’anni, andavano in onda le repliche; Rai5, che era l’unico canale nato con questo intento, ormai era diventato un canale di lifestyle con tanti programmi con cuochi in giro per il mondo, programmi di natura, di viaggio, niente di veramente culturale. Le uniche cose dedicate alla cultura erano delle pillole sui libri che andavano in onda alle due o alle tre di notte. Quindi in un panorama desertico abbiamo sfruttato la possibilità di fare qualcosa di totalmente innovativo. Ma ovviamente con un problema da affrontare.

Roberto Pisoni

Quale?
Lanciare innazitutto un canale in HD senza avere produzioni in HD in Italia, perlomeno di documentari o programmi culturali.

E poi?
Quella di trovare il modo di costruire un’identità che fosse contemporanea. Costruire un canale culturale che però non fosse respingente, serioso o risultasse barboso. Abbiamo allora scelto nella musica un forte traino, il rock dei papà, che non esisteva più in televisione. Quindi Beatles, Rolling Stones, Queen e tutte le direzioni degli anni 70. Musica che fosse stata in qualche modo ormai “classicizzata” come colonna sonora, come mood. Siamo partiti da lì come spartito, raccontando con filmati inediti e documentari quel mondo, fino alle incursioni nelle nuove tendenze, trasmettendo concerti di band super contemporanee.

Nessun programma in studio che lanciasse il servizio dal corrispondente, insomma.
Era nelle tre cose da non fare, il mio diktat. Ho detto “Lo studio fa subito tinello, cucina e biblioteca. Togliamoci dalla testa di avere dei conduttori che rubiamo ad altri”. Non volevo dei volti noti, non volevo Sgarbi, Daverio, né altre autorevoli figure che mi spiegassero come pensare e vedere l’arte. Volevo invece dei giovani filmmaker, delle case di produzione indipendenti, che sapessero guardare in maniera diversa il prodotto culturale. Il problema fondamentale di gran parte delle cose è come riprenderle, come comunicarle, il linguaggio da usare.

L’approccio all’evento culturale in Tv è delicato, da maneggiare con cura, per poter restituire l’esperienza.
Nella maggior parte dei casi hai bisogno di essere lì: i quadri sono bidimensionali ed è complicato non solo riprenderli ma far vivere a chi assiste un’esperienza. Ad un concerto devi essere sotto al palco; in teatro devi essere in platea; con la letteratura sei nella tua testa. Sono cose difficili da mostrare in televisione, non sai in che modo approcciarle. Nell’arte contemporanea è fondamentale esserci, fisicamente, perché spesso si è partecipi dell’opera stessa. Quindi, ogni volta, ci siamo interrogati sul linguaggio, su come raccontare qualcosa: non basta avere delle belle storie, bisogna utilizzare un linguaggio contemporaneo, qualcosa di particolare, perfino di sperimentale. Perché la forma è sostanza. Decisamente.

Solo oggi, dopo anni di consacrazione, qualche personaggio famoso fa capolino, coinvolto in maniera talvolta ironica a simboleggiare quel modo non serioso di affrontare arte e cultura, come forma di intrattenimento.
L’intenzione era quella di fare un canale che fosse inclusivo, cioè aperto al pubblico, e quindi misurando volta per volta anche l’equilibrio tra le forze. Abbiamo messo Alessandro Cattelan in un programma di arte contemporanea che si chiamava “Potevo farlo anch’io” che giocava sulla sua omonimia con l’artista Maurizio Cattelan (esattamente quello della banana con nastro adesivo, ndr) con l’intento di costruire una sorta di programma come se fosse un piccolo “buddy-movie”, un film in cui sono affiancati due personaggi amici ma con personalità molto diverse: l’uomo comune, lui, scettico sull’arte contemporanea e Francesco Bonami, che è uno dei curatori e dei critici più aperti anche alla provocazione. L’ulteriore sfida era mandare tutto in prima serata.

La vera svolta è arrivata con l’inizio delle produzioni originali.
Abbiamo mandato in onda documentari raffinatissimi di ogni tipo, poi ad un certo punto abbiamo deciso di produrre noi stessi una serie di documentari, partendo da Vasco Rossi. Era importante attrarre un pubblico “nostro” che, sicuramente, era più largo dei documentari sul rock classico o sul blues e sul jazz della nostra library. Ci siamo così aperti anche al pop, agli anni 80. E poi abbiamo sperimentato in ogni direzione, abbiamo fatto fotografia, teatro, design, architettura. Una sfida continua, sforzandoci ogni volta a trovare dei punti di vista che ci potessero connotare.

Se ripensa alla prima messa in onda?
La prima produzione originale Sky Arte è stata Michelangelo il cuore e la pietra, che ha aperto le trasmissioni il 1° novembre 2012. Poi c’è stata la produzione del mese successivo, “Fotografi”, una serie di ritratti di fotografi in azione: otto professionisti di natura diversa, provenienti chi dalla moda chi dai reportage di guerra, chiamati a raccontare il loro lavoro e a mostrarsi in azione, mentre avevano una commissione da eseguire.

Questi i segreti della costruzione di un palinsesto aperto ed eclettico, cinema compreso?
Servirono sei mesi per sancire l’identità del canale, il riconoscimento che stessimo facendo qualcosa di diverso e che la nostra personalità fosse molto chiara. Intercettare tutte le microcomunità di appassionati, non soltanto quella dell’arte, ma lavorare trasversalmente su tutto, anzi spesso cercando di commistionare gli ambiti: attori che parlavano di letteratura, musicisti che parlavano di teatro… Il tentativo era quello di connettere sempre e far entrare in un corto circuito virtuoso anche linguaggi che arrivano da ambiti artistici diversi.

Negli ultimi anni il mercato del documentario è esploso soprattutto grazie a voi.
Produciamo, coproduciamo, sosteniamo progetti con lettere d’incarico e impegni di messa in onda. E tutto questo ha creato un effetto domino positivo. Siamo uno dei maggiori referenti del settore e questo ci gratifica molto. Stiamo raccogliendo soddisfazioni anche a livello internazionale, visto che le nostre produzioni originali non solo vanno a finire sulle piattaforme Sky di altri paesi, ma vengono vendute a network internazionali. “Master of Photography”, ad esempio, è stata venduta in 50 paesi nel mondo. I doc su Sky Arte rappresentano il 30% dei documentari scaricati on demand su Sky. La nostra offerta è trainante, oltre al cinema e al calcio ci siamo noi.

Nuove sfide?
Siamo sempre più impegnati nei film e docufilm per il cinema. Recentemente il nostro Io, Leonardo ha totalizzato, in una uscita evento di un solo weekend, oltre 600 mila euro, un risultato enorme per una operazione del genere. Collaboriamo molto con Nexo Digital, talvolta anche con Lucky Red. Prosegue la collaborazione sui grandi personaggi dello Sport con Federico Buffa, Federico Ferri, Giorgio Porrà e Matteo Marani; riporteremo il nostro festival, dopo due edizioni, in una grande città italiana e proseguiremo sulla scia dell’immersione d’artista realizzata con Valerio Berruti al Maxxi di Roma. In occasione della sua grande installazione della “Giostra” siamo stati partner producendo il suo cortometraggio di animazione.

La più grande soddisfazione?
Forse aver fatto vivere il canale e la sua percezione anche al di fuori della tv, nei tantissimi festival ai quali partecipiamo con i nostri prodotti originali. Anche chi non ci vede, perché magari non è un abbonato a Sky, ci conosce e ci riconosce, e non è affatto poco.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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