14 Dicembre, 2019
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Woody Allen, lettere d’amore a Manhattan

di CAROLINA GERMINI

Dallo scorso weekend è arrivato nelle sale “Un giorno di pioggia a New York”, la summa di tutte le sue opere, nella sua città d’elezione. Con la pioggia e quel suo potere romantico e nostalgico di avvicinare le persone

La New York che ci scorre davanti agli occhi nell’ultima pellicola di Woody Allen somiglia più a un set cinematografico che a una città. Un giorno di pioggia a New York (dallo scorso 28 novembre nelle sale italiane) infatti ha tutta l’aria di essere un omaggio alla Manhattan che compare in quasi tutti i suoi film. Eppure la metropoli resta sullo sfondo e, a dominare la scena, ripresi da inquadrature molto strette, sono solo gli attori (tra i quali Selena Gomez e Jude Law). New York in questo film somiglia più ad una citazione che a un luogo reale. Sarà per questo che il suo nome compare anche nel titolo – come era già successo con Manhattan.

La presenza di Allen alla regia è fortissima. Sembra quasi di sentirlo dare indicazioni all’attore Thimotée Chalamet su come muoversi, perfino su come camminare. Il suo incedere è un vero e proprio flâner. Il giovane Gatsby, personaggio centrale di quest’ultimo lavoro e interpretato magistralmente da Chalamet, è infatti il vero flâneur, così come lo intendeva Baudelaire: «l’uomo della folla», che avanza lentamente. Il suo ritmo è una protesta contro quello frenetico degli altri. Egli cammina per cercare un significato, non per raggiungere un luogo. Pur sentendosi diverso dagli altri però non sa rinunciare alla folla urbana.

È interessante notare come questo stile, che associamo alle strade di Parigi e che già abbiamo trovato in Gil, protagonista di Midnight in Paris, ricompaia adesso nella Grande Mela, dove è ancora più difficile prendere le distanze dalla nevrosi del movimento degli altri. Gatsby all’inizio si lascia contagiare dall’entusiasmo di Ashleigh (Elle Fanning), la ragazza con cui ha deciso di passare un week-end romantico, ma poi, quando lei finisce in un delirante vortice di vita newyorkese, lui se ne allontana. Non è soltanto da lei che vuole separarsi, ma anche da quel modo un po’ volgare di rincorrere il cinema. La pioggia incessante poi non fa che scandire ritmicamente questa trasformazione.

Quest’ultimo film di Allen potremmo scherzosamente ribattezzarlo “A Woody day in New York” non solo perché la presenza più forte che avvertiamo è quella registica, ma perché ritroviamo tutti gli elementi delle sue opere. C’è infatti la pioggia e quel suo potere nostalgico di avvicinare le persone, Manhattan con i suoi grattacieli ma soprattutto c’é il cinema, di cui Allen, con la sua solita ironia, sa come prendersi gioco. Fa ancora più sorridere poi immaginare questo suo atteggiamento beffardo alla luce delle polemiche di cui è stato vittima in pieno movimento “Me Too”, che hanno messo a dura prova l’uscita del film. Il mondo del cinema, che qui emerge nel suo delirio di onnipotenza e nella sua crisi esistenziale, è lo stesso che è rimasto in silenzio di fronte alla censura che Allen ha subito da parte di Amazon, che si è rifiutato di distribuire il film. Lo sguardo nostalgico con cui Allen guarda a New York nel suo ultimo lavoro sembra in qualche modo già presagire quel rifiuto che poco dopo subirà dal suo Paese e l’accoglienza che invece troverà in Europa. Quel flâner di Gatsby somiglia al modo in cui l’arte lavora, ricercando con il suo ritmo dei significati mentre il mondo fuori con le sue accuse vorrebbe frenarla.

©M APMAGAZINE NED EDIZIONI

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