14 Dicembre, 2019
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Quel giorno di pioggia a Roma con Woody Allen

Un giovane Pier Paolo Mocci con Woody Allen, poco più di 10 anni fa

di PIER PAOLO MOCCI

Esce oggi Un giorno di pioggia a New York, il nuovo film di Woody Allen. Non ve ne parlerò, anche perché non l’ho ancora visto. Vi racconterò, però, del mio incontro, suggellato dalla foto che vedete e che da anni a questa parte mi tiene compagnia sia a casa sia sul mio profilo Facebook. Questa è la storia di quella foto. Buona lettura.

Quando lavori per un giornale importante e sei il più giovane di tutti devi sottostare alle gerarchie, e ci mancherebbe che non fosse così. Nei miei splendidi 13 anni di Messaggero senza i quali tutto questo non potrebbe esserci, almeno nei primi 6-7 sono stato “relegato” alle cose off. Teatro off, cinema off, cultura off. Ovvero quelle cose che non sono famose e sono in bilico dall’essere potenzialmente geniali o grandi fregnacce. Ma non lo puoi sapere se non le vai a vedere, se non vai a capire chi sono questi giovani Massimiliano Bruno, Mattia Torre (pace all’anima sua), i giovani produttori Simone Isola e Paolo Bogna o quel pazzo di Gabriele Mainetti che ambienta a Torpignattara un cortometraggio su Lupin con Mastandrea, Liotti e con un certo Marco Giallini che ancora non se lo filava nessuno.

Per me era una festa continua. I grandi maestri li studiavo sui libri dell’università e me li andavo a vedere lo stesso (ricordo un viaggio a Parigi con gli amici di Lettere solo per assistere ad una messa in scena di Peter Brook nel suo teatro Bouffes du Nord, a Pigalle, cose che puoi fare solo a 23 anni o quando sei in pensione) e per il giornale andavo al Vascello, all’Argot, al Teatro Colosseo, e in altri spazi che non esistono più o hanno cambiato nome. Ho solo 39 anni ma sembra una vita fa. È incredibile quanto, negli ultimi 10 anni, sia cambiata così profondamente la cartografia delle nostre città da condizionare inevitabilmente le nostre scelte e abitudini individuali. A Roma – e credo purtroppo in moltissime grandi città – dove c’erano teatri, librerie e cinema ora ci sono palestre, pizzerie, frutterie h24 e bazar cinesi.

Ma cosa c’entra Woody Allen con questa ennesima ventata di malinconia e nostalgia, come se il futuro fosse il passato al quale aggrapparsi? Quando uno ricorda – risponderei a chi mi chiedesse una cosa del genere – racconta un’esperienza, e l’esperienza evidentemente fa parte del passato. A scanso di equivoci, non sono un “nostalgico” ma romantico-malinconico sì e non ci posso fare niente se tra i miei 19-32 anni ho fatto conoscenze e incontrato persone che hanno poi segnato fin qui la mia vita.

Per “Il Messaggero” seguivo i debutti di registi di nicchia, film sperimentali, i documentari di attori che provavano a cimentarsi dietro la macchina da presa, gli esordi letterari che sarebbero diventati dei casi e tanto cinema “d’autore”. Di quello che non arriva in sala ma che te lo devi andare a cercare nei festival, nelle proiezioni private che spesso i registi fanno per cominciare a far parlare del loro lavoro e magari ascoltare riflessioni. In questa ottica l’arrivo a Roma di Woody Allen per presentare uno dei suoi film – non ricordo quale, parliamo di dieci anni fa circa – non era affatto cosa di mia competenza. Un po’ come se giochi nel Milan di Sacchi, quello che ha vinto tutto dalla metà degli anni 80 alla metà dei 90, e tu sei Graziano Mannari. Sei un miracolato che fai parte di quella rosa, ti alleni con i campioni, ma quando arriva il momento della formazione tra gli 11 in campo il nome tuo neanche lo cerchi, vai subito a vedere se ti tocca la tribuna o se si è liberato un posto in panchina.

Se hai davanti Gullit, Van Basten e Papin (si legge Papén) capisci subito qual è il tuo posto. Così io: mi allenavo con i mostri sacri del giornalismo, gente come Enrico Gregori, Rita Sala o Stefano Quondam, per poter scrivere 20 righe in cronaca sul FilmStudio, tirando fuori a quel punto il meglio sfoggiando sobriamente gli studi freschissimi sull’Espressionismo Tedesco, azzardando accostamenti tra l’opera prima misconosciuta di Matteo Garrone, Estate Romana, e Buñuel.
Finché arrivarono le luci della ribalta anche per me. Quel giorno che il caposervizio mi chiamò mi sentii esattamente come se a Graziano Mannari, destinato alla panchina in Milan – Barcellona, venisse improvvisamente scelto dall’allenatore in seconda, quello con l’elenco in mano che dà la formazione nello spogliatoio un’ora prima di entrare in campo. Manca un nome per la maglia numero 11 e alla fine della lista ce l’hanno con te: “Ragazzino, scaldati ed entra. Oggi giochi tu”.

Ricevetti quella telefonata probabilmente un’ora prima della conferenza. Anzi della round table. C’è una differenza sostanziale: la conferenza stampa è aperta a tutti, all’epoca mia solo ai giornalisti patentati e di lungo corso, oggi le conferenze stampa le aprono non solo ai blogger ma addirittura alla gente comune per creare un effetto massa e far vedere ai committenti quanto sia atteso e seguito dai media quell’evento. Quel giorno Woody Allen non tenne una conferenza ma una round table. Vuol dire che solo 4-5 giornalisti prescelti vengono invitati a parlare con lui. Per varie ragioni, principalmente perché la star non si concede a tutti, specie se fai accordi con una testata di esclusiva non puoi invitare la concorrente.

Io all’epoca non sapevo tutto questo e ignoravo perché mi trovassi in una suite del grand hotel Radisson Blu in attesa del mio mito assoluto. Che poi un mito nasce e cresce nel tempo, ed io – a dire il vero – a 25 anni tutti i film di Woody Allen non solo non li avevo ancora visti ma non li avrei nemmeno capiti se – parallelamente – non avessi lasciato la vita scorrermi addosso. Ecco, il mio incontro con Woody Allen è avvenuto così, in una mite mattina di ottobre – a giudicare dalle stesse camicie che avevamo – con l’adrenalina di dover sostituire un mio collega anziano che, evidentemente, all’ultimo momento ebbe un contrattempo. Suite, pasticceria fresca di altissimo livello, caffè agli aromi di ogni tipo, acqua con varie modalità di “frizzantezza” o di “lisciaggine” (in una circostanza analoga, ad un incontro con Di Caprio al De Russie, un tizio in livrea una volta mi disse “Liscia come?”… Ed io ovviamente dissi “Faccia lei: liscia liscia”).

E mentre aspetti pare brutto non gradire un cornettino mignon al cioccolato, di quelli che sembra che il cioccolato sia assente ma – per ingannarti – poi ti esplode in bocca azzerandoti la salivazione e rischiando una tracheotomia soprattutto se hai un secondo per decidere di optare per il morso unico “all-in, tutto in bocca”, preferito spavaldamente al gesto più raffinato e centellinato dei morsetti perimetrali. In quell’istante esatto in cui hai ingurgitato il mignon in un colpo solo, con gli zuccheri alle stelle e il cioccolato scoppiato e disciolto in bocca, entra d’improvviso il cerimoniere Claudio Trionfera (all’epoca capoufficio stampa di Medusa) insieme a Woody Allen con capo chino e camminata svelta, come se nulla fosse. E tu, cioè io, provi a non strozzarti, a contenere l’emozione, cercando di capire chi sei, mentre tutta la vita ti scorre addosso ignorando che quel frame campeggerà per il resto della tua vita sulla bacheca del tuo profilo Facebook. Anche perché, ovviamente, tra tanti posti disponibili Woody Allen si mette seduto accanto a te, cioè a me, che poi sarei io. Ecco, quello scatto ha questa storia qui. Cosa poi ci siamo detti non me lo ricordo. Da quando si sedette accanto a me non ricordo più nulla.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

 

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