14 Dicembre, 2019
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IL CINEMA IN SALA Viviamo in rete senza fare rete

Una scena di "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola

di GIOVANNI COSTANTINO

Un giorno visitai, a Roma, La Casa del Teatro in occasione di una mostra, non ricordo quale. Mi colpirono le lettere tra Enrico Maria Salerno e Giancarlo Sbragia. Dibattevano, da buoni amici quali erano, dei problemi del teatro e come venirne fuori ma, soprattutto, si capiva il grande interesse che provavano l’uno verso l’arte dell’altro e viceversa. Ogni qual volta ci troviamo davanti ad un film, di quelli divenuti importanti, girato fino agli anni 90 ci si presenta agli occhi una squadra di attori, tecnici e registi uniti per davvero con l’intento di fare un’opera nella quale credevano. Da La Ricotta di Pasolini con Laura Betti e niente poco di meno che Orson Wells, al Giudizio Universale di De Sica con lo stesso De Sica, Fernandel, Alberto Sordi, Silvana Mangano, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Paolo Stoppa, Renato Rascel, Lino Ventura, Domenico Modugno, Jack Palance, Ciccio Ingrassia, Franco Franchi (questi solo i più importanti) e ancora dai film di Francesco Rosi a quelli di Elio Petri per arrivare alle commedie più famose e commerciali, da Vacanze di Natale (poi diventato triste parodia di se stesso con i successivi infiniti capitoli) a Fantozzi, si aveva quasi la sensazione che tutti coloro che partecipavano a queste opere si conoscessero. Facessero parte di un mondo che li trasformava quasi come in una grande famiglia.

Molte volte non andavano per niente d’accordo tra di loro (famose le litigate tra Gian Maria Volontè e lo sceneggiatore Ugo Pirro) ma agli spettatori arrivava un unico messaggio: il cinema italiano era una grande famiglia. Ed effettivamente, anche se non si andava d’accordo, tutti conoscevano tutti. Se non personalmenTe, comunque si sapeva cosa aveva fatto l’uno e l’altro. C’era interesse. Questo interesse diveniva conoscenza e coscienza dei propri mezzi. Si aveva un senso dell’arte profondo e si nutriva un grande rispetto per ciò che si faceva perché frutto di studio e confronto. 

E oggi? La domanda che mi sorge sempre spontanea è: “Ma questo giovane regista o produttore che mi si presenta ha idea di cosa facciano i suoi colleghi?”. Purtroppo il più delle volte la risposta è “No”. Tutti presi nel cercare di convincere il prossimo di quanto siamo bravi, mettendo sempre il pronome personale “io”, ci dimentichiamo degli altri. Il resto non conta. Siamo diventati una cultura egocentrica. Il nostro mondo è Facebook nel quale postare i nostri selfie, i nostri (piccoli) “successi” senza curarci di quelli degli altri perché “io” è meglio. Il cinema, l’arte in generale, non possono diventare “grandi” se manca l’ascolto, se non ci si mette in discussione. L’artista, per dire qualcosa di importante, deve aprirsi al mondo e accettarne lo scotto che ne verrà.

Il cinema indipendente oggi in Italia? Come quello più commerciale manca di “ascolto” e di messa in discussione. Non ci si mette mai in dubbio, o troppe poche volte. La situazione che viviamo, come la vivono altri settori, è frutto di una involuzione culturale che ci vede protagonisti. Gli esercenti dovrebbero prendersi le proprie responsabilità e capire che oggi le sale non possono riempirsi grazie unicamente al titolo programmato. Così come i produttori dovrebbero produrre pensando al mercato internazionale e a tutte le possibilità date dai bandi che anni fa non esistevano. I distributori dovrebbero aprire i loro circuiti invece di tenerli stretti come fossero le ultime uova rimaste in tempo di guerra. Una pluralità dell’offerta non può che aumentare l’interesse del pubblico verso la sala. Così come la pluralità dell’offerta sul piccolo schermo, grazie ai giganti Netflix e Amazon, ha riportato pubblico che si era perso.

Viviamo in “rete” ma non riusciamo più a fare “rete”. Vivendo da tre anni all’estero la nostra realtà mi sembra ancora più chiara. Avvolti nel nostro luccicante mantello dell’ “io” non ci accorgiamo della bellezza che ci circonda e della meraviglia che potremmo diventare se l’abbracciassimo. Abbiamo tanto. Tanto ancora sta nascendo e si sta creando per avere ancora maggiori possibilità di riuscita. Credo fermamente nell’impegno e nel talento nostrano. Malgrado le difficoltà, abbiamo possibilità che i maestri immensi che ci hanno preceduto nemmeno si sognavano di avere. Siamo “belli”. Ci dobbiamo solo conoscere e non avere paura gli uni degli altri. Assieme diverremo “meravigliosi”.

*produttore e distributore cinematografico, presidente di Distribuzione Indipendente
©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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