14 Dicembre, 2019
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Quel fattaccio brutto dell’Idroscalo

“La Pietà di Pasolini” dello street artist Ernest Pignon-Ernest (foto credit Mauro Matta)

di PIERLUIGI LUPO

A quasi mezzo secolo di distanza, la morte del grande intellettuale è ancora avvolta nel mistero. Intervista a Massimo Lugli, autore del libro “Il giallo Pasolini. Il romanzo di un delitto italiano”«Ma la mia non è un’inchiesta, solo una storia romanzata con al centro un giornalista ragazzino»

Sono trascorsi 44 anni dalla barbara uccisione di Pier Paolo Pasolini. Era il mattino del 2 novembre 1975, quando venne ritrovato il suo corpo straziato e buttato a terra come uno straccio vecchio, accanto alle baracche dell’Idroscalo di Ostia. Massimo Lugli, da sempre giornalista di cronaca nera, prima per “Paese Sera” e successivamente per “la Repubblica”, autore di numerosi libri gialli, ci racconta quel fatto attraverso il suo nuovo romanzo fresco di stampa: “Il giallo Pasolini. Il romanzo di un delitto italiano” (Newton Compton).

Marco Corvino è un giovane giornalista praticante, scrive da poco per una testata importante e, nonostante sia alle prime armi, vorrebbe occuparsi del caso. Ovviamente gli vengono preferiti giornalisti più esperti e a lui non rimane che lanciarsi in un’inchiesta solitaria e non autorizzata. Questo lo porterà a scoprire parecchi lati oscuri della vicenda e ad accorgersi delle incongruenze della versione ufficiale. “È il mio ottavo romanzo con Marco Corvino – racconta a “MapMagazine” Massimo Lugli – un personaggio seriale che è anche il mio alter ego. Qui però c’è una differenza: mentre nei precedenti romanzi non nominavo mai il nome del giornale per cui lavorava, né la città, qui lo faccio: scrive per “Paese Sera”. E anche i personaggi sono identificabili, a partire dal giornalista Ugo Mannoni, mio mentore e a cui ho dedicato il libro”.

Cosa ci svela di nuovo sul caso Pasolini?
Questo non è un libro inchiesta, è semplicemente un romanzo. A me interessava, attraverso questa vicenda, raccontare un po’ l’Italia degli anni 70, che sono anche gli anni in cui ho iniziato a lavorare. Sono entrato a “Paese Sera” nell’aprile del 1975, a soli 19 anni. Pochi mesi dopo ci fu l’omicidio di Pasolini e ricordo che ne rimasi molto colpito e affascinato, ovviamente ero un fringuelletto e non mi lasciavano lavorare su un caso del genere. È un po’ quello che succede a Marco nel romanzo, solo che lui, nella finzione, si lancia in un’indagine solitaria e rischia di perdere il posto di lavoro, perché all’epoca i praticanti avevano un periodo di prova di tre mesi. E quindi indaga con l’incubo continuo di essere mandato via dal giornale.

C’è una verità alla quale si arriva con il suo romanzo?
Non fornisco una verità alternativa, mi limito a mostrare le incongruenze. L’unica verità possibile è che Pelosi non era solo quella notte. Ancora oggi, se chiedessimo a Nino Marazzita, l’avvocato difensore della famiglia, chi abbia ucciso Pasolini lui risponderebbe “Non lo so”. La mia sensazione è che non ci sia stato un complotto per chiudergli la bocca o qualcosa del genere ordito da Servizi Segreti deviati e fascisti, forse si tratta di una verità molto più semplice.

E cioè?
Nel libro viene citata spesso la teoria del “Rasoio di Occam”. È possibile, ad esempio, che sia stata una rapina di gruppo finita in omicidio. Anche la teoria secondo cui Pasolini, la sera prima del delitto, avesse un appuntamento con qualcuno per recuperare le bobine rubate del suo ultimo film Salò, è poco probabile. Ci credo poco a quella storia.

Cosa sappiamo di certo di quella sera del primo novembre 1975?
Era stato a cena con Ninetto Davoli. Poi, invece di tornare a casa, era andato a rimorchiare. Aveva incontrato Pelosi. Qualcuno poteva averli visti, seguiti. Si parlò prima di due motociclisti, poi di un’auto targata Catania. Pelosi poteva aver fatto da esca, consapevolmente o anche inconsapevolmente.

E la presunta matrice politica?
È tutta da dimostrare. Pasolini era una voce che stava sul cavolo a tutti: dalla Democrazia Cristiana alla Destra più radicale ed eversiva, e pure al Partito Comunista che lo aveva allontanato. Pasolini con i suoi corsivi sul “Corriere della Sera”, i suoi film e le sue idee era scomodo a chiunque. Ma io non voglio entrare in speculazioni di questo tipo, perché sarebbe fantacronaca.

Scrivere un libro su Pasolini significa innanzitutto essere innamorato delle sue opere. Le piace di più lo scrittore o il regista?
Preferisco Pasolini scrittore, i suoi romanzi mi hanno folgorato e influenzato parecchio. Credo che tante scelte della mia vita dipendano in gran parte da quelle letture. Il primo romanzo che ho letto è stato “Una vita violenta”. Avevo soltanto quindici anni e subivo la fascinazione per la borgata, la piccola malavita, il grande ignoto. E sentivo di voler fare la cronaca nera e basta. Ed è quello che ho fatto per tutta la vita.

Quanto pesa la sua perdita prematura?
A volte mi chiedo, se non fosse stato ucciso, cosa avrebbe potuto dire sulla società di oggi, cosa avrebbe potuto scrivere sulla tecnologia, sui telefonini, sui computer, sul modo di fare politica. Quanto sarebbe stato proficuo e intelligente il suo contributo, un intellettuale controcorrente, sempre un passo avanti. Manca la sua voce forte, autorevole. Manca a questo paese. È inaccettabile che un’esplosione di violenza ci abbia privato di una persona di questo genere, che aveva ancora tanto da dire.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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