14 Dicembre, 2019
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«Dalla periferia a Trastevere, ecco la Roma di oggi»

Gianni Di Gregorio, Ennio Fantastichini e Giorgio Colangeli in "Lontano Lontano"

di LETIZIA ROGOLINO

 

Intervista a Giorgio Colangeli protagonista in queste settimane di due film indipendenti ambientati entrambi nella Capitale: A Tor Bella Monaca non piove mai (esordio alla regia di Marco Bocci, dal 28 novembre in sala) e Lontano lontano di e con Gianni Di Gregorio (dal 5 dicembre in sala) con Ennio Fantastichini alla sua ultima apparizione sul grande schermo: «Era una persona profondamente buona, simpatica, divertente, di grande energia e compagnia», ricorda l’attore

 

Una laurea in Fisica Nucleare per intraprendere solo più tardi la carriera di attore. “Da giovane ero molto instabile fin quando non ho incontrato il teatro. Avevo paura di farmi incastrare da qualche parte perché ero curioso di tutto. Fare l’attore ti consente quella libertà, cerco di variare i personaggi e faccio esperienze di vita “simulate”, entrando nelle vite degli altri che comunque mi trasmettono emozioni. L’arte stessa è simulazione, anche se l’emozione è vera”. Giorgio Colangeli il 28 novembre sarà al cinema come protagonista dell’esordio alla regia di Marco Bocci, A Tor Bella Monaca non piove mai, un dramma familiare ambientato nella periferia romana con due fratelli alla ricerca di soldi facili; e una settimana più tardi sempre sul grande schermo lo ritroveremo al fianco del compianto Ennio Fantastichini in Lontano, Lontano di Gianni Di Gregorio, film che riflette sull’idea di cambiare vita anche quando sembra troppo tardi. Tre romani sulla settantina sognano di andare a vivere all’estero e lasciarsi tutti i problemi alle spalle, ma forse non serve andare molto lontano per trovare il proprio equilibrio e la felicità.

Che personaggio interpreta in A Tor Bella Monaca non piove mai?
Sono il padre dei due protagonisti, un personaggio che disegna la parabola del ceto medio di questi anni. La persona che qualche anno fa godeva di una certa agiatezza e ora si trova a dipendere con tutta la sua famiglia dalla pensione della suocera che poi muore. Marco ha detto che questa storia riprende un fatto successo in realtà a suo padre. Tale è il bisogno diffuso che anche la gente in buona fede è costretta a comportarsi in maniera scorretta e poi ci vanno di mezzo persone a loro volta corrette. Come se ci fosse un destino diffuso che non ti consente di fare la cosa giusta.

Come è stato lavorare con Marco Bocci, che tipo di regista è?
Si vede che Marco è un attore perché ci segue molto da vicino durante le riprese. Da questo lavoro è emersa una competenza che non mi aspettavo. Pensavo si avvalesse molto della collaborazione del direttore della fotografia come succede spesso per le opere prime. Invece Marco aveva una sua autonomia di valutazione delle situazioni, discuteva in modo autorevole, aveva bene chiaro in mente quello che voleva dire e come dirlo, inquadrando in un modo rispetto a un altro.

Come definirebbe il suo rapporto con la periferia romana, oggi spesso protagonista sul grande schermo?
Si parla molto del disagio e della delinquenza in grandi città come Napoli, Roma e Milano. Il cinema è ancora un mezzo di comunicazione con una sua efficacia. Posso solo dire che in questo film c’è una grande spontaneità. Al centro c’è una famiglia che rappresenta al tempo stesso il degrado, ma anche la voglia di uscirne fuori. Il film non è particolarmente ottimista, ma realista. Non è facile uscirne fuori e serve aiuto. Dei due fratelli protagonisti uno è già stato in carcere e protegge l’altro che comunque si trova poi coinvolto in situazioni illegali, oltre a vivere una situazione sentimentale difficile. Questo film racconta una società che mette da parte i valori per la sopravvivenza, desiderando una vita agiata indotta dal consumismo. Abitavo da ragazzo in periferia, ma era una periferia diversa. Ero a Piazza Ragusa, non molto lontano dalla famigerata via del Mandrione, un teatro pasoliniano. La periferia di oggi non la conosco perché abito in centro, ma mi attira, perché le forze vitali e l’energia primordiale sono lì.

Dal 5 dicembre sarà nuovamente al cinema con Lontano Lontano di Gianni Di Gregorio.
Gianni è “molto autore” del suo film e quindi attento a raccontare cose che vive e conosce. Secondo me è un film di grandi nostalgie, ambientato a Trastevere ma anche in una periferia non degradata ma vivibile. Si disegna la complessità della città, con il cuore pulsante di Roma, Trastevere appunto, che diventa modello di una vita che si rimpiange con un po’ di romanticismo. Con una memoria che abbellisce anche le cose brutte.

Vedremo per l’ultima volta Ennio Fantastichini. Che ricordo ha di lui?
Per questo film abbiamo vissuto un mese insieme, anche con il regista. L’ho conosciuto bene e l’ho apprezzato tanto, gli ho voluto bene. Non era una persona facile perché era molto sanguigno ma, come si dice, “can che abbaia non morde!”. Era una persona profondamente buona, simpatico, divertente, di grande energia e compagnia.

Lei sostiene molto il cinema indipendente, sono dozzine i cortometraggi e le opere prime che la vedono tra i protagonisti.
È vero, faccio molti corti e sono molto curioso delle novità. Ricordo la mia esperienza con L’Aria salata, l’opera prima di Alessandro Angelini che prima aveva fatto gavetta solo come aiuto regista. Continuo a cercare la pepita d’oro tra i giovani, anche per il piacere di mettermi in discussione. Mi piace lavorare con loro, ad esempio con Laura Bispuri o decine di altri, perché forse sono rimasto sempre un po’ insegnante e loro hanno sete d’imparare. C’è uno scambio, e ricevo grande entusiasmo, quella necessità di fare cinema propria dei corti e delle opere prime.

©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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