14 Dicembre, 2019
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Viaggio alla fine del mondo

reportage di ALESSANDRA MIGLIOZZI

 

Sei ore di navigazione da Longyearbyen, isole Svalbard, o un volo di un’ora su un bielica che parte solo in alcuni giorni della settimana. Per raggiungere il centro abitato più a nord della Terra servono mezzi speciali. Viaggio a Ny-Ålesund, oltre il 78° parallelo, dove la vita è scandita soltanto da neve e laboratori di ricerca

 

Sono stata in cima mondo e ho fatto ritorno. Ho visitato il paese abitato più a nord della Terra, duecento abitanti scarsi in estate, una trentina in inverno. Ho ripercorso le orme di Umberto Nobile, l’italiano, poco noto in patria, che sorvolò due volte il Polo Nord, nel 1928, a bordo del dirigibile Italia.
Ho visto scienziati di diciotto nazioni diverse collaborare per arginare il frutto dannoso dell’incuria dell’uomo. Quel cambiamento climatico che sta letteralmente sciogliendo il Polo e portando le correnti calde del Messico fin lassù, dove non ci sono più barriere a impedirne il passaggio. Perché le lastre di ghiaccio che proteggevano queste terre e il nostro clima si stanno sbriciolando, giorno dopo giorno. E no, quelle di Greta Thunberg, non sono parole al vento.

Sono partita con la curiosità e lo spirito avventuriero di un personaggio di Jules Verne, al seguito della missione italiana guidata dal Ministro dell’Università e della Ricerca del primo governo Conte, Marco Bussetti, e da Massimo Inguscio, Presidente del più grande ente di ricerca italiano, il CNR. Mi sono sentita come Phileas Fogg, prima del giro del mondo in 80 giorni. Sono tornata con tante conoscenze in più, come capita dopo ogni viaggio, soprattutto quelli in cui metti molti chilometri fra te e il tuo punto di partenza. Ma anche con la consapevolezza di aver visto cose che vanno raccontate, testimoniate. Perché in cima al mondo, lassù, oltre il 78° parallelo, si gioca davvero il futuro della Terra. E l’umanità non ha mai rischiato così tanto. Questo è il mio racconto.

Ny-Ålesund, dove la scienza governa (e il mondo è un posto migliore)
Sei ore di navigazione da Longyearbyen, isole Svalbard, o un volo di un’ora su un bi-elica che parte solo in alcuni giorni della settimana. Per raggiungere il centro abitato più a nord del mondo servono mezzi speciali. Qui il turismo è cosa (abbastanza) rara. Con qualche eccezione (criticata) per alcune navi da crociera che sbarcano decine di asiatici pronti a immortalare le renne che pascolano libere attorno alle poche case, un unico hotel e ai centri di ricerca che formano questo piccolo villaggio.
La vita è quasi impossibile in inverno, con le temperature che rendono difficile anche solo mettere il naso fuori dalla porta. Diventa via via più praticabile quando si avvicinano la primavera e l’estate. Le temperature risalgono, la neve lascia il posto a strade sterrate e campi brulli. Sullo sfondo restano i (pochi) ghiacciai. E qualche iceberg che fa capolino dall’acqua, solitario, mai spaventoso come quello ‘mitico’ del Titanic, anzi, quasi ‘timido’ nelle dimensioni.

Oltre il 78° parallelo la vita è scandita per lo più dai turni nei laboratori. E dai pasti che si svolgono tutti rigorosamente in modalità collettiva, condividendo gli ultimi risultati delle ricerche o informazioni sull’ultimo avvistamento di orsi polari, rigorosamente segnalate anche sulla bacheca che fa da ‘quotidiano’ della vita del luogo, all’entrata della mensa. Diciotto paesi, Italia compresa, fanno attività qui con l’obiettivo di arginare il climate change. A Ny-Ålesund la scienza mi ha insegnato cosa vuol dire fare comunità e lavorare per un obiettivo condiviso, abbattendo le barriere e le divisioni politiche, linguistiche. A Ny-Ålesund ho provato orgoglio, perché l’Italia qui non è ‘fanalino di coda’, come si legge sempre nei titoloni dei giornali quando si parla di ricerca, ma è, al pari degli altri Paesi, un’eccellenza. Dove la scienza governa il mondo sembra un posto decisamente migliore. Così interessante e ricco di stimoli da farti persino dimenticare che il paese più al nord del mondo, per volontà di chi lo popola e anche per tutelare le strumentazioni di ricerca, è un territorio radio free. Niente cellulare. Nemmeno per telefonare. Il balzo indietro a fine anni Novanta è assicurato. Solo telefonate su rete fissa (curiosità, con gli italiani si parla attraverso un numero che comincia per 06, lo ‘switch’ avviene da Roma) e navigazione dal PC. Lo spirito ringrazia. E anche le relazioni umane vanno decisamente meglio quando lo smartphone finisce nel cassetto.

Nei luoghi dove un italiano piantò la nostra bandiera 
A Ny-Ålesund ho visitato il punto da cui è partita, nel 1928, la spedizione guidata da Umberto Nobile, generale dell’Aeronautica Militare, ingegnere, ma, soprattutto, esploratore. L’italiano che ha effettuato ben due voli sopra al Polo. Il primo nel 1926, a bordo del dirigibile Norge. Il secondo, nel 1928, con il dirigibile Italia, da cui prende il nome, oggi, la stazione di ricerca italiana del CNR. Il viaggio del 1928 fu, infatti, a carattere marcatamente scientifico. E fu proprio Nobile a guidarla. Un piccolo museo sulle isole Svalbard, a Longyearbyen, ricostruisce fedelmente i passaggi di queste esplorazioni, fra ritagli di giornale, cimeli appartenuti a Nobile e il racconto dei giorni passati nella tenda rossa dai superstiti dopo lo schianto del dirigibile Italia. Una tappa da mettere in conto. Per sapere qualcosa di più, anche della nostra storia.

Da Ny-Ålesund sono ripartita con la malinconia di chi sa di essere stato in un posto lontano dove, forse, non tornerà mai più. Ma con la consapevolezza del privilegio di aver visto la cima del mondo. In compagnia di chi ogni giorno, a nome del nostro Paese, porta un contributo al futuro del pianeta. Quei ricercatori italiani a cui spesso corre il pensiero. Chissà se oggi, mentre sono qui a scrivere, sono riusciti a ottenere nuovi risultati. E chissà se gli orsi polari si sono fatti vivi in questa giornata. Magari avvicinandosi a quel piccolo centro abitato dove uomo e natura vivono a stretto contatto. Dove si gira con il fucile per difendersi da eventuali attacchi, ma sempre con la speranza che l’orso non si faccia vedere o che, magari, si palesi solo in lontananza. Perché, in fondo, nessuno ha voglia di sparare.

© MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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