Dicembre 6, 2019

FENOMENO INDIE Ecco chi sono Paradiso, Calcutta, Coez, Motta…

di MAURIZIO ERMISINO

 

Viaggio ai confini del pop per capire il trend musicale del momento insieme a Mattia Marzi, autore del libro “Mamma Roma”, che spiega: «Si tratta della terza generazione di cantautori figli di una scuola prevalentemente romana. Quando De Gregori e Venditti cominciarono a scrivere le loro canzoni, volevano differenziarsi dai veri cantautori impegnati e anche dal linguaggio sanremese e così nacquero canzoni come Rimmel. Anche gli artisti di oggi vogliono cercare di elaborare un linguaggio che possa differenziarsi sia dalle cose più impegnate che dal pop italiano, che fino a tre anni fa era quello di Kekko Silvestre dei Modà»

 

Di cosa parliamo quando parliamo di musica “indie”? “Indie” sta per indipendente, ed è l’etichetta che è stata appiccicata a quella che è la terza generazione dei cantautori romani, saliti alla ribalta con piccole etichette, dischi autoprodotti e concerti in piccoli locali della capitale. E canzoni che hanno colto il linguaggio dei ragazzi di oggi. “Il linguaggio è quello dei ragazzi degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, cresciuti con Facebook e Whats app, e che cerca anche nelle canzoni un modo di parlare quotidiano” ci ha spiegato Mattia Marzi, autore del libro “Mamma Roma. La terza scuola di cantautori della Capitale”.

“È il linguaggio delle note vocali, come ‘Matilde, è tardissimo, sto tornando a casa e ti volevo dire che sono completamente fatto, fatto di te’ della canzone di Thegiornalisti”. Ogni scuola che si rispetti ha dei tratti comuni. E la terza scuola romana è cresciuta grazie a dei collaboratori comuni. “Marta Venturini è una produttrice che ha plasmato il suono di questa scuola, e ha prodotto ‘Mainstream’ di Calcutta, il disco emblema del cantautorato romano di terza generazione” ci spiega l’autore. “E poi c’è Riccardo Sinigallia, l’anello di congiunzione tra la scuola degli anni Novanta e quella degli anni Duemila. Ha influenzato il sound di quella scena e ha contribuito a dare un’identità alla terza scuola. Penso a ‘Non erano fiori’ di Coez, che è stato definito cantautorap, e a ‘La fine dei vent’anni’ di Motta”.

Anche grazie a loro è nato uno stile, che poi è fatto di mille stili diversi. Quello che riescono a fare questi cantautori è parlare il linguaggio di una generazione, e creare un suono che, se coglie i loro gusti, riprende anche quelli di quel cantautorato pop di trent’anni fa – Antonello Venditti, Luca Carboni, gli Stadio – e quindi riesce a portare indietro nel tempo anche un pubblico più maturo. Di contatti con i grandi del passato, i nuovi cantautori ne hanno parecchi. “Quando De Gregori e Venditti cominciarono a scrivere le loro canzoni, volevano differenziarsi dai veri cantautori impegnati e anche dal linguaggio sanremese – analizza Marzi – così nacquero canzoni come Rimmel. Anche gli artisti di oggi vogliono cercare di elaborare un linguaggio che possa differenziarsi sia dalle cose più impegnate che dal pop italiano, che fino a tre anni fa era quello di Kekko Silvestre dei Modà. Con la generazione degli anni Novanta hanno in comune questa ambizione pop: Gazzè, Silvestri e Fabi non l’hanno mai nascosta e non caso, a differenza di De Gregori e Venditti che non andavano a Sanremo, loro ci andavano eccome”.

Ora che i rappresentanti più importanti della scena lavorano per Netflix e incidono per le major, diventando mainstream, l’indie è morto? “Tommaso Paradiso – ribadisce l’autore di Mamma Roma – non ha mai detto di essere indie. Stessa cosa per Calcutta, che punta ancora a fare il disagiato del Pigneto: il loro obiettivo era fare successi pop”. E allora, che pop sia.

© MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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