14 Dicembre, 2019
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FENOMENO INDIE Carl Brave: «Io comunque mi sento un rapper»

Carl Brave (credit foto Riccardo Trudi Diotallevi)

di MAURIZIO ERMISINO

 

Intervista al cantautore romano: «Senza musica avrei giocato a basket. Esaltanti le collaborazioni con Max Gazzé ed Elisa. Sono cresciuto con il disco di Fabri Fibra “Mr. Simpatia” che ha cambiato il mio modo di vedere la musica. Cerco di mettere dei flow particolari con il cantato per una rappata melodica»

 

Carl Brave all’anagrafe fa Carlo Coraggio. E ci vuole un grande coraggio per lasciare il basket e dedicarsi alla musica. Oggi è una delle stelle della scena indie. In realtà sta a metà tra questo “genere” e l’hip hop: è un po’ cantautore un po’ rapper, è anche produttore, collabora con i nuovi cantautori e con artisti storici. Nelle sue storie c’è la sua Roma e piccole cose quotidiane – le caramelle Goleador, le birre Du Demon, i motorini, le buche di Roma – che diventano poesia. È reduce da una hit con Elisa, Vivere tutte le vite.

Lei è considerato un esponente di punta della scuola romana.
Sono nato a via Portuense e vivo a Monteverde. Le mie storie nascono tutte da là. I miei testi racchiudono i miei pensieri, i miei ricordi da quando ero piccolo ad ora: la scuola, immagini familiari, dei posti dove sono nato. Ricordo che avevo questo giardino dove giocavo col cane.

Che musica ascoltava da ragazzino e come ha iniziato a scrivere i primi versi?
Ho iniziato a scrivere i primi testi a tredici anni. Mi ero appassionato al rap con Tupac e Will Smith. Comprai il mio primo disco, “Squèrez” dei Lunapop, e poi iniziai ad ascoltare di tutto, elettronica, techno.

È stata dura scegliere tra basket e musica?
Giocavo in serie B, da professionista, il basket era il mio sogno. Ho voluto cambiare vita, “sporcarmi”, raccontare quello che accadeva in strada. A Milano ho fatto una scuola di musica e produzione, mi sono guadagnato da vivere con tutti i lavori attorno alla musica: ho fatto il fonico, facevo lavoretti, compreso scaricare frutta al mercato, lo racconto in una canzone.

Si sente parte della scena indie?
Mi sento parte perché ci sono. Ma sono abbastanza diverso. L’indie è un’etichetta, però c’è qualcosa di vero: ti fai i pezzi da solo, puoi avere anche una grande casa discografica, ma non ti costringe a fare musica in un certo modo. Io ho scritto per altri, ad esempio per Elodie con Marracash. C’è molta libertà e grande collaborazione, i discografici sanno che può nascere un successo da un momento all’altro e ti danno spago. E se non te lo danno te ne freghi e te lo prendi da solo. Oggi con i social sono loro che hanno bisogno di noi e non viceversa. Non vorrei sembrare presuntuoso ma se voglio fare un pezzo e un tizio non vuole io lo faccio lo stesso e me lo sparo su YouTube e poi vediamo chi aveva ragione.

Per questo è anche produttore?
Certo. Mi serve per quel tipo di libertà di cui parlavo. All’inizio avevo un produttore che mi dava le basi e mi mettevo a scrivere. Così invece decidi tu, e puoi esplorare mood molto diversi, che sono tuoi. E quindi sei più vero.

Franco 126, Coez, Giorgio Poi. Sembrate molto in sintonia, siete un bel gruppo.
È una cosa molto americana, è una visione da produttore che abbiamo riportato nella musica italiana. Lavoro con gli artisti che amo, in modo naturale.

E nella scena rap come si sente?
Mi piace! Faccio parte anche di quella. Sono cresciuto con il rap, il disco di Fabri Fibra “Mr. Simpatia” ha cambiato il mio modo di vedere la musica. Mi sento rapper, cerco di mettere dei flow particolari, di unire cantato e rap per una rappata melodica.

Il duetto con Max Gazzè?
È uno che ricerca il suono perfetto. Ha registrato una traccia di basso per lo special di “Posso”: quando c’è il sax c’è un giro di basso che abbiamo fatto suonare come una chitarra.

Con Francesca Michielin ed Elisa?
Con Francesca ho duettato su Fotografia: avevo bisogno di una voce pulita, dolce e ho pensato a lei. Elisa mi ha chiesto di rifare un suo pezzo in una chiave diversa. Ha registrato nella mia soffitta: durante il ritornello ho registrato tre voci, una a destra, una al centro e una a sinistra, per “allargare l’immagine stereo”. Elisa è un fenomeno: tre volte buona la prima!

© MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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