14 Dicembre, 2019
12 visualizzazioni

Serie Tv, così visionarie che sembrano vere

di GIULIA SOI

La fiction e il fantasy raccontano spesso la realtà in modo molto più affascinante e credibile di quanto possa fare la realtà stessa mostrando se stessa

Sono 13 le ragioni per cui Hannah Baker, protagonista della discussa serie adolescenziale 13 reasons why (tre stagioni su Netflix di cui l’ultima on line da fine agosto), si toglie la vita dopo aver subìto uno stupro che la trasforma in vittima sacrificale dei suoi amici. Dopo 39 episodi – disturbanti e non sempre riuscitissimi, ma con un preciso focus – di quelle tredici ragioni, lo spettatore probabilmente non ne ricorda più neanche una. Ce n’è una quattordicesima, però, che resiste all’oblio: non è il bullismo, non sono le molestie, non è l’abbandono e nemmeno la somma di tutto ciò ad aver spinto Hannah alla morte. È l’impotenza del singolo, vittima della costruzione della realtà altrui. “Ho sentito molte storie e non so quale sia la più interessante”, dice Hannah. “So però qual è la meno interessante: la verità”. Ciò che accade realmente non interessa più a nessuno; lo è molto di più ciò che viene raccontato dalla gente o dai social media. Il concetto suona familiare? In effetti lo è, ma non è finita qui. Si schierano sulla stessa lunghezza d’onda i protagonisti di The politician (prima stagione su Netflix da fine settembre), la serie di Ryan Murphy che torna a parlare di giovani quattro anni dopo il grande successo di Glee. Con questo prodotto, il prolifico showrunner si propone di raccontare – in un complesso romanzo di formazione a tinte “camp” (uso sofisticato del kitsch nell’arte) – il percorso del giovane Payton Hobart, intenzionato a diventare presidente degli Stati Uniti. Quando l’obiettivo è la conquista del consenso, il conflitto costante tra apparenza e realtà sembra a senso unico e lo si capisce sin dalle prime battute del pilot. “Voglio che tu sia autentica”. Dice uno dei protagonisti alla sua fidanzata. “Va bene, mi impegnerò a sembrare più autentica”. Risponde lei, con totale convinzione. “Io non voglio che tu sembri autentica con me, io voglio che tu sia autentica”. Obietta lui. “Non capisco”. Chiede lei, perplessa. “Qual è la differenza?”.

A prescindere dalla realtà e in ogni singola situazione – compreso l’orientamento sessuale o una grave malattia – è su questo slittamento costante verso la rappresentazione scenica della vita che si costruisce, in uno spietato crescendo, l’ascesa politica del protagonista. L’evidente messaggio educativo di queste serie per ragazzi – a quanto pare, opportuno, data la sofferta panoramica che l’attualità offre sulla gioventù – si ritrova anche in un prodotto per adulti come The boys (prima stagione su Prime Video da fine luglio): in un futuro vicino, una multinazionale ha messo al servizio del mondo sette supereroi venerati da tutti come divinità. “Gli dei sono puri, e sono perfetti, e sono al di sopra di tutto. Ed è lì che devono rimanere”. Questo è il mantra della loro creatrice, che ignora volutamente ogni scelleratezza, meschinità o crimine dei sette, purché i loro indici di gradimento – monitorati meticolosamente come quelli dei politici in corsa per le elezioni – rimangano alle stelle. Per questo, ogni loro impresa è sempre gloriosa: perché puntualmente fittizia, inscenata ad arte per incrementarne fama e popolarità. Sembra un paradosso metatestuale, ma la fiction (e spesso il fantasy) raccontano la verità in una maniera molto più affascinante di quanto possa fare la verità stessa in modo realistico o verosimile, raccontando se stessa. È più consolante accettare l’evidente contraddizione del nostro tempo attraverso una serie televisiva, invece di finire con le mani nei capelli constatando l’uso che fa dei media (social e non solo) la sfera pubblica rappresentativa mondiale. Ci pensa allora Showtime con The loudest voice (su Sky Atlantic) a riportarci sul piano della cruda realtà. È vera e nota a tutti la vicenda di Roger Ailes, lo spietato produttore televisivo che ha portato al successo Fox News. Stanco di non vedere le sue idee politiche rappresentate con efficacia a livello mediatico, l’uomo crea da zero il suo personale megafono. E lo fa senza nessun principio morale, senza timore di alterare la realtà, senza riguardi verso l’etica professionale. Dà “al pubblico ciò che vuole, anche se ancora non sa di volerlo” ed è pronto a “indirizzare le notizie, non a riportarle”, perché “la gente non vuole informarsi, ma solo avere la sensazione di essere informata”. La vicenda di Ailes è drammatica perché com’è noto, se da un lato ha portato al successo politico di Donald Trump, dall’altro lo ha visto finire in totale disgrazia. Contemporaneamente, però, lascia la speranza che la consapevolezza di tali azioni porti prima o poi a un’inversione di tendenza dell’avvilente trend comunicativo in corso. In memoria della suicida Hannah Baker di “13”, per il futuro di Payton Hobart di The politician, per tutti i cittadini ingannati dai malefici The boys. Insomma, per tutti noi.

NETFLIX SI VEDE ANCHE SU SKY
Da circa un mese i clienti Sky Q potranno sottoscrivere l’offerta “Netflix” al prezzo di € 9,99 in più al mese nella fattura Sky. Chi ha già un abbonamento Netflix potrà decidere di sottoscrivere Intrattenimento plus, anche mantenendo il proprio profilo Netflix, per beneficiare dell’esperienza di visione di Sky Q e dei vantaggi di prezzo di questa offerta, oppure potrà fruire del servizio Netflix direttamente attraverso l’app disponibile su Sky Q. Prossimamente l’app Netflix sarà anche disponibile su NOW TV Smart Stick e NOW TV Box.

RIPRODUZIONE RISERVATA©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


REGISTRATI ALLA NOSTRA NEWSLETTER PER ESSERE INVITATO AI NOSTRI EVENTI ED ESSERE AGGIORNATO SULLE NOSTRE ATTIVITÀ


Holler Box