16 Luglio, 2020
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Marcello Fonte, a piedi nudi nella terra

di VALERIA SCAFETTA

 

Intervista all’attore rivelazione, Palma d’Oro a Cannes lo scorso anno, tra i protagonisti di Aspromonte – La terra degli ultimi diretto da Mimmo Calopresti, dal 21 novembre al cinema. «Un film girato dalla parte dei più deboli, che affonda la sua essenza nelle radici di una realtà contadina e arcaica, memoria storica e parte integrante di tutti noi»

Palma d’oro a Cannes nel 2018 per la sua interpretazione in Dogman di Matteo Garrone (con cui ha lavorato anche nel Pinocchio di prossima uscita). Ruoli in pellicole di registi italiani e stranieri, da Ettore Scola a Daniele Lucchetti, una parte anche in Gangs of New York di Scorsese. E’ stato regista nel 2015 di Asino Vola e ha partecipato a serie televisive (è appena tornato dagli Stati Uniti dove ha recitato in una produzione della HBO con Mark Ruffalo). Ha fatto molto teatro e, lo scorso anno, ha scritto un libro per Einaudi, “Notti Stellate”, nel quale racconta la sua storia da Melito Porto Salvo, Reggio Calabria, dove è nato 41 anni fa, fino a Roma, dove è arrivato nel 1990, spinto dal fratello scenografo, per incontrare e fondersi con l’arte in tutte le sue espressioni.
Marcello Fonte è tanti volti e sentimenti, racchiusi in espressioni che lo avrebbero fatto scegliere come protagonista anche da Pier Paolo Pasolini. Fiero delle sue origini, non dimentica mai di citare le radici della sua Calabria difficile, ma forte. Dal 21 novembre la porterà sullo schermo grazie ad Aspromonte – La Terra degli Ultimi di Mimmo Calopresti (prodotto da Fulvio Lucisano, calabrese anche lui come il regista). E’ la storia del piccolo paese di Africo e della sua comunità che, stanca di vivere senza i diritti minimi, come quello di una strada che li possa collegare all’unico ospedale vicino e di una scuola per i bambini, decide di ribellarsi e di costruire, da sola, ciò di cui ha bisogno. Nel cast, insieme a Fonte, un altro ragazzo di Calabria, Marco Leonardi, un’intensa Valeria Bruni Tedeschi, Francesco Colella e Sergio Rubini.

Protagonista di Aspromonte è, soprattutto, la Calabria, con i suoi colori e le sue atmosfere, rappresentata oltre gli stereotipi, per farne conoscere realtà spesso celate.
La sensazione che mi è rimasta addosso del lavoro di questo film è legata alla terra, a livello fisico: il contatto dei piedi nudi con l’umidità del terreno. Così vicino alla natura profonda del posto, ho respirato l’aria dei miei luoghi: davanti il mare, dietro le montagne e noi in mezzo, nel cuore dell’Aspromonte. Senza cellulari, liberi di capire come fosse la vita del periodo che abbiamo raccontato e di ascoltare l’attuale, dimenticandosi alla fine dell’esistenza dei social. Girare questo film mi ha confermato quanto sia importante vivere le relazioni reali e quanto poco basti per essere felice.

Sembra quasi una dichiarazione d’amore, ma anche di nostalgia per le proprie origini?
Mi mancano è vero, infatti desidero sempre di più avere un pezzo di terra da coltivare: far crescere e poi gustare un frutto che sia solo mio, diverso da quelli, tutti uguali, che impone il commercio. Ritrovare il sapore unico di un pomodoro che non è lo stesso di quello seminato a chilometri di distanza e soprattutto che sia senza sostanze chimiche.

Quanto è stato condizionato da Ciccio Italia, il personaggio che interpreta, il poeta che non lascerà mai il suo paese?
Io sono andato via, ma la mia anima è rimasta lì. Ciccio è unico, crede fortemente che lo studio e l’arte tengano in vita. è la mia convinzione da sempre: basta pensare che quando stai male, una musica, un verso di una poesia già ti fanno sentire meglio. E Ciccio è poeta, porta una parola diversa rispetto agli altri, polemici e pessimisti. è indefinibile, ma controcorrente.

Come il suo percorso che spazia tra serie televisive in America, film d’autore (appena passato al cinema in Vivere di Francesca Archibugi) e produzioni indipendenti, fuggendo etichette precise.
Non voglio avere una definizione. L’attore si mette in gioco. Mi piace imparare nuove canzoni e conoscere vari tipi di arte. Vivo delle proposte che mi offrono: è una ricchezza. In questo modo potrò essere anche il vigile del fuoco che sognavo di fare quando sono arrivato a Roma. Grazie al cinema salirò su una scala e sarò in grado di salvare una persona.

Intanto si è impegnato a difendere un luogo a cui si sente molto legato: il Nuovo Cinema Palazzo nel quartiere popolare di San Lorenzo, a Roma.
Nei quartieri sono necessari spazi nei quali ritrovarsi, fare delle attività come suonare, recitare, assistere a spettacoli o vedere insieme film, non di un casinò in cui giocare a Bingo. Servono posti dove imparare cosa vuol dire futuro. Per far morire il male, bisogna incrementare il bene: dare l’acqua a ciò che c’è di buono, per farlo crescere.

E si ritorna alla terra, ai semi da coltivare per raccogliere frutti unici?
Io sono per le cose che rimangono. Noi ammiriamo le opere d’ arte grazie a chi ci ha preceduto e ce ne ha lasciata intatta la bellezza. Il futuro va curato, anche educando il pubblico ad un consumo giusto delle cose. Beethoven ha spiegato a cosa servisse il pianoforte nell’epoca in cui c’era il clavicembalo. Bisogna insegnare a cosa servano gli strumenti e ad usarli bene. Ci sono persone che dedicano il proprio tempo a fare questo e io li difendo. Non solo con il Nuovo Cinema Palazzo, provo a farlo attraverso l’arte e ogni iniziativa nella quale scelgo di dare il mio contributo.

RIPRODUZIONE RISERVATA©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

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