6 Luglio, 2020
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De Sica terzo al botteghino, ma primo per il coraggio

di PIER PAOLO MOCCI

 

Sono solo fantasmi è terzo al boxoffice nel primo weekend di programmazione, un risultato che sarebbe ottimo per chiunque ma non per il Re Mida del cinema nazionalpopolare “costretto” a vincere sempre. Al di là dell’incasso – la cui sfida è ancora aperta – il film non è affatto una delusione. Se solo avessero osato di più (e dato più fiducia a Brando…)

 

Sono solo fantasmi non sbanca il botteghino, “solo” terzo nel primo weekend di uscita per uno che le sale è abituato a sbranarle a mani basse. Basti pensare che lo scorso anno per il ritorno in coppia con Boldi in Amici come prima aveva collezionato 10 milioni di euro (che oggi valgono tre volte di più rispetto a 20 anni fa) posizionandosi al primo posto dei film italiani più visti. Una pochade, una farsa quella con l’amicone cipollino, una commedia degli equivoci en travesti un po’ Mrs Doubtfire e un po’ La Cage aux Folles che, evidentemente, al pubblico non era affatto dispiaciuta. Incauta scelta di piazzamento in sala si potrebbe dire per questo nuovo film (Joker non molla un colpo e poi ci sono Alessandro Siani, Le Mans ’66 e tanti blockbuster, perfino J.Lo è la più vista di tutti), oppure troppa pioggia. Sì, perché se il tempo brutto e la pioggia sono idolatrate da tutto il cinema e il suo cucuzzaro, di certo sono stati dei deterrenti i nubifragi che si sono abbattuti – da Venezia a Matera – in questi giorni su tutto il Paese. Ma la verità è anche un’altra.

E cioè che Brando De Sica, il vero regista di questo film, è rimasto troppo nell’ombra, come un fantasma, dirigendo non solo le seconde unità, suo padre e tutte le scene “di genere”, ma si è dovuto adattare a ciò che il contesto gli chiedeva. Brando De Sica non ha firmato questo film perché non lo sentiva suo ma, di fatto, tecnicamente lo è. E lo sarebbe stato se lo script avesse saputo rinunciare a De Sica padre che – per il bene suo e di suo figlio – avrebbe dovuto fare un passo indietro, ma così non è stato, e spesso c’entrano contratti da onorare. A volte un film con De Sica si deve fare e questo poteva essere quello giusto, diverso, molto diverso dal solito. Ecco perché il film non ha incassato abbastanza, perché non ha richiamato i fan del cinepanettone ma è rimasto nel limbo, come un fantasma, senza essere “venduto” al pubblico per quello che è, un non genere praticato in Italia, una horror-comedy di stampo anglosassone dove di commedia non c’è molto, ma con certe atmosfere dark che fanno davvero ben sperare per questo Brando De Sica che, ormai grande, dimostra di essere un ottimo regista senza dover essere ancora legato al nome del padre, o peggio/meglio, del nonno. L’industria del cinema italiano dovrebbe lasciargli dirigere il suo film, visto che tecnicamente ha pochi rivali. Il ragazzo, ormai uomo, ha studiato regia in America con i grandi di Hollywood ma in Italia è costretto a nascondersi dietro l’ombra del padre che, a sua volta, rievoca il suo. Bisognerebbe liberarsi di questi fantasmi.

Christian sulla locandina deve esserci sempre? Ma chi lo ha detto. Fosse per lui, 110 film totali di cui 78 per il grande schermo, saltarebbe volentieri un turno per concedersi una pausa, per creare quell’attesa che poi genera interesse. Lo vedremo prossimamente nel nuovo film di Brizzi mascherato da cugino di campagna accanto a Massimo Ghini e lì sì che le risate e i sorrisi saranno assicurati. De Sica figlio, per amore del figlio, ha fatto un film strambo che non ci sarà forse il tempo di vedere in sala, fagocitato pian piano dai film “di Natale” di cui Christian è stato ed è il re incontrastato. Questo film andava protetto e lanciato meglio, curato in modo diverso lasciando che fosse totalmente in mano a Brando (e forse anche senza De Sica padre).

Ne esce un’operazione a dir poco bizzarra. Troppo oltre, troppo sperimentale per questi tempi e questo cinema italiano che minaccia di chiudere da un momento all’altro e che poi confeziona film molto simili pensando di assecondare un pubblico “liquido” che forse non esiste. Un filone già morto e sepolto che ha sfornato, negli ultimi 7-8 anni, dozzine di commediole “manieriste” più o meno tutte uguali e con gli stessi protagonisti. Pensiamo alla “rivelazione” Gimbo, ovvero Gianmarco Tognazzi. Da attore dimenticato, nel giro di un anno si è ritrovato a fare quattro film esattamente nello stesso ruolo, nei due Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno (il sequel uscirà a marzo 2020), poi questo in versione genietto e, contemporaneamente, ne Gli uomini d’oro, altro flop al botteghino, action-crime-comedy sulla scia di Smetto quando voglio. Insomma, De Sica Christian che omaggia il padre Vittorio in una scena memorabile – che non vi sveliamo – che “protegge” Brando facendogli fare un’altra regia “fantasma” e i fan del cinepanettone che non trovano uvetta e canditi per i loro denti.

Un film che finisce per non accontentare nessuno, per alcuni freni e veti che ne hanno compromesso la libertà espressiva. Un film coraggioso che, con una connotazione più indipendente, alla Igort per intenderci, senza dover far ridere per forza, poteva essere una “chicca” assoluta. Se ci pensate bene, Invito a cena con delitto (del quale a giorni esce il remake) mica fa ridere. Fa anche ridere, ma è sostanzialmente un giallo. Ecco, Sono solo fantasmi doveva rimanere un’altra cosa. E anziché frenare, di fronte al giallo doveva accelerare (col rischio purtroppo di mettere sotto qualcuno).

MAPMAGAZINE©RIPRODUZIONE RISERVATA

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