15 Dicembre, 2019
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Il calcio per noi donne, in campo idee e valori

di VALERIA SCAFETTA

 

Intervista a Maria Iole Volpi, ex capitano della Roma ora allenatrice dell’Under 14 femminile: «Aiuteremo i nostri colleghi uomini a prendersi meno sul serio…»

La scorsa estate la Nazionale femminile di calcio si è imposta ai Mondiali di Francia non per aver raggiunto il traguardo dei quarti di finale (uscita sconfitta dalle ragazze dell’Olanda), ma per aver trionfato nel superamento di pregiudizi e stereotipi, attraverso i quali, per anni, sono state (sotto)valutate le donne alle prese con un pallone tra i piedi. Prima di loro ci sono state altre generazioni a lottare ed aprire varchi che sembravano impenetrabili e insormontabili. Una di queste “lottatrici”, tra i nomi di punta del movimento calcistico femminile, è sicuramente la campionessa Maria Iole Volpi. Già capitano della Roma, ex calciatrice di Lazio e Milan, Volpi oggi continua a giocare come centrocampista dell’Atletico San Lorenzo e ad insegnare calcio alle donne nella Liberi Nantes femminile e in qualunque altro posto in cui possa servire il suo contributo. Il suo impiego a livello professionistico è invece allenare le squadre giovanili dell’As Roma Under 14. “Ho iniziato a giocare a 15 anni – racconta a MapMagazine – prima facevo pallavolo, ma sono da sempre appassionata di calcio. Giravo, anche in vacanza, nelle strade di Cottanello, il paese di mio padre, con il pallone tra i piedi. Non sapevo ci fosse la possibilità di frequentare una scuola o di allenarsi in squadre maschili, però non smettevo mai di farlo. Tanto che dei miei amici un giorno mi hanno proposto: “Perché non vai a fare un provino alla Lazio?”.

Cosa è successo da allora?

Convinta che non ce l’avrei mai fatta, non mi sono nemmeno comprata gli scarpini, sono andata con quelli di mio fratello, tre numeri più grandi del mio. Invece mi hanno preso: è cambiata la mia vita. Ho avuto la conferma che, per me, non ci sono questioni di taglie e scarpini: il calcio è il mio vestito indossato a pennello. La mia famiglia è stata la mia altra fortuna. Mi hanno accompagnato ogni giorno da Rieti a Roma, senza farmi mai perdere un allenamento. Con la Lazio siamo arrivate in Serie A. A 21 anni sono andata a giocare al Milan, poi un anno a Bardolino con il Verona e una stagione in Spagna. Al ritorno, a 24 anni, finalmente sono stata presa dalla Roma calcio femminile, società che esiste da 53 anni. Ho avuto l’onore di essere il capitano fino alla mia ultima partita, il 22 maggio del 2015 quando ho dato l’addio ufficiale.

La passione però non si è fermata.

Non poteva. Subito dopo aver smesso di giocare, ho avuto la grande opportunità di allenare le ragazzine che iniziavano il percorso nella As Roma, una delle prime società di calcio a seguire la direttiva del Consiglio europeo ad aprire la sezione femminile. Nel 2014 gli stati membri dell’Unione sono stati ufficialmente richiamati all’impegno per il superamento delle differenze di genere nel calcio.

Cosa è cambiato?

Ho vissuto in prima persona la trasformazione che si è verificata, in positivo, con l’ingresso dei grandi club nel nostro settore. Sono aumentate visibilità e opportunità. Lo ripeto spesso alle mie ragazze: “Voi siete fortunate perché, se vi impegnate, potete fare questo come lavoro”. Prima era inimmaginabile, mentre oggi si può scegliere e osare.

Si possono superare anche i limiti fisici e barriere sociali?

Lo sport con i suoi valori permette di superare tutto: dal 2013 ho deciso di allenare 30 ragazzi, in due centri sportivi della capitale, che compongono la squadra degli Insuperabili: una scuola calcio, nata a Torino nel 2011, per ragazzi e ragazze con disabilità. È una delle soddisfazioni più importanti della mia vita. Da un anno e mezzo ho dato poi la mia disponibilità a Liberi Nantes, dal 2007 l’unica Associazione Sportiva Dilettantistica in Italia, che promuove e garantisce la libertà di accesso allo sport a rifugiati e richiedenti asilo politico, per creare la squadra femminile: 10 ragazze che arrivano da diversi paesi del mondo. Le mie giornate sono praticamente sempre in campo. E questo è il momento di impegnarsi ancora di più, perché sembra si stiano abbattendo completamente i pregiudizi.

Il vostro apporto potrà influenzare il calcio degli uomini che, spesso, sembra perdere di vista i valori in favore del business e dello show?

Credo che verrà ridimensionato il maschilismo legato al calcio. E mi auguro si imponga lo stile che ha contraddistinto tutte le partecipanti alla competizione francese, fino a coloro che l’hanno vinta. Ognuna ha utilizzato l’attenzione per estenderla ad altri temi centrali per la società, non solo per le donne. In questo modo il calcio ha trasmesso e potrebbe continuare a veicolare valori e idee sane e giuste.

MAPMAGAZINE©RIPRODUZIONE RISERVATA

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