novembre 15, 2019

Un labirinto senza uscita

di PIER PAOLO MOCCI

Dopo lo straordinario esordio con La ragazza nella nebbia, il giallista Donato Carrisi torna al cinema con L’uomo del labirinto, tratto ancora da uno dei suoi bestseller. Seguendo le tracce di una ragazza scomparsa si dipana un thriller psicologico e psicotico che ruota attorno a due grandissimi attori, Dustin Hoffman e Toni Servillo

Prima di approcciare la personalità artistica di Donato Carrisi (scrittore, sceneggiatore e regista cinematografico) è necessario fare un brevissimo excursus biografico su di lui. E vi basterà sapere il suo percorso di studi: laurea in Giurisprudenza con specializzazione in Criminologia e Scienze del Comportamento. Quel famoso pezzo di carta che, negli anni, gli è servito molto. Non a partecipare a salotti tv intorno a plastici su efferate scene del delitto, ma a comporre mosaici e dinamiche perfette all’interno dei suoi gialli e thriller psicologici. “Volevo fare cinema da moltissimi anni – racconta Carrisi a MapMagazine – ma le mie sceneggiature non venivano apprezzate. Così dallo script ho creato il romanzo che, alla fine, si è fatto strada”.

Da allora quelle stesse sceneggiature, dagli stessi produttori, sono litigate. “Ognuno ha la sua gavetta e la sua bizzarra storia, questa è la mia”, sorride l’autore-regista-scrittore che, dieci anni fa, debuttò con successo nella narrativa con Il suggeritore, vincendo – da esordiente – il prestigioso premio Bancarella. Da allora, in questi dieci anni, altri 7 libri, tutti per Longanesi, da L’ipotesi del male a La ragazza nella nebbia, che lo stesso Carrisi ha portato come regista sul grande schermo vincendo il David di Donatello per l’opera prima. Mentre è al lavoro su altri progetti e stesure per il cinema degli altri suoi best seller, è arrivato in sala – dal 30 ottobre distribuito da Medusa, prodotto da Maurizio Totti e Alessandro Usai – L’uomo del labirinto, con un cast reso stellare dalle presenze dei due protagonisti assoluti Dustin Hoffman e Toni Servillo (e con, tra gli altri, Valentina Bellé, Vinicio Marchioni, Caterina Shulha).

Carrisi, per chi non avesse letto il libro e ancora non avesse visto il film, le chiediamo di raccontarci di cosa si tratta. Tutto quello che si può dire senza rovinare niente a nessuno.

Samantha Andretti è stata rapita una mattina d’inverno mentre andava a scuola. Quindici anni dopo, si risveglia in una stanza d’ospedale senza ricordare dove è stata né cosa le è accaduto in tutto quel tempo. Accanto a lei c’è un «profiler», il dottor Green – interpretato da Dustin Hoffman – che sostiene che l’aiuterà a recuperare la memoria e insieme cattureranno il mostro. Ma l’avverte che la caccia non avverrà là fuori, nel mondo reale. Bensì nella sua mente.

«Questo è un gioco, vero?» ripete, dubbiosa, la ragazza.

È un po’ un mantra, ma non vorrei aggiungere altro.

Ci parli di Bruno Genko, interpretato da Toni Servillo, l’investigatore privato che si muove accanto e parallelamente al dottor Green.

Quindici anni prima è stato ingaggiato dai genitori di Samantha per ritrovare la figlia. Adesso che la ragazza è riapparsa, sente di avere un debito con lei e proverà a catturare l’uomo senza volto che l’ha rapita. Ma quella di Genko è anche una lotta contro il tempo. Perché un medico gli ha detto che gli restano due mesi di vita. E, per uno scherzo del destino, quei due mesi sono scaduti proprio nel giorno in cui Samantha è tornata indietro dal buio.

Uno di quei film da seguire con attenzione per capire chi dice la verità e chi mente.

Ma siamo sicuri che, alla fine di tutto, ci sia un’unica verità? Perché questa non è un’indagine come le altre. Qualcuno ha un segreto, qualcuno sta mentendo. E da qualche parte, là fuori, c’è un labirinto pieno di porte. E dietro ognuna si nasconde un enigma, un inganno. In questo gioco mi auguro lo spettatore entri nel labirinto insieme a me, con il rischio probabilmente di rimanerne prigioniero…

È sempre sbagliato fare paragoni ma il suo modo di fare cinema, la sua atmosfera, è forse diversa da tutte le altre. Non è un giallo alla Hitchcock né un horror-thriller alla Shining. Nel suo cinema c’è qualcosa di Donnie Darko, Il sesto senso e, su tutti, forse, de Il silenzio degli innocenti.

È esattamente questo ultimo titolo che ha citato che rimane impresso nella mia mente come il cult degli anni 90 che mi ha segnato e credo abbia fatto scuola. Credo che quel genere, quel tipo di thriller psicotici più che psicologici, alla Mulholland Drive per intenderci siano capisaldi imprescindibili. Per me lo sono. Cerco di essere originale ma come riferimenti ho indubbiamente quelli. Anche se le devo svelare che il personaggio che mi ha da sempre inquietato più di tutti è un altro. Ed è insospettabile.

Può rivelarcelo?

Sì: Alice nel Paese delle Meraviglie. Mi ha sempre fatto paura. Perché mi immedesimavo in lei e quella sua scoperta del mondo immaginavo sarebbe stata minacciosa, tetra, con personaggi che nella mia mente erano potenziali mostri, che potevano ingannarti con quei sorrisi crudeli alla It.

Pensa di aver realizzato una fedele trasposizione del suo romanzo, best seller edito da Longanesi?

Spero di no (sorride). Mi sono concesso delle libertà che non posso svelare pur tenendo sempre fede al libro. Sono un romanziere atipico, immagino che lei conosca il mio modo di lavorare.

Ne ho sentito parlare.

Io penso al cinema, vivo di cinema e ho sempre sognato di fare il regista. Ma ero uno sceneggiatore evidentemente scarso tant’è che tutte le mie sceneggiature non venivano prese in considerazione. Allora, visto che dalla porta non mi facevano entrare, ho aggirato l’ostacolo e sono entrato dalla finestra. I romanzi sono nati dalle sceneggiature, hanno avuto successo, e magicamente i miei script sono diventati i più ambiti da quegli stessi produttori che oggi farebbero a gara a fare un film con me. Sono dovuto diventare scrittore per fare cinema. Bizzarro non crede?

Come si struttura il suo giallo, sullo schermo così come sulla pagina?

Devo intanto uccidere l’autore. Non devo compiacermi, non devo partecipare emotivamente e fare il tifo per un personaggio piuttosto che un altro. Devo farmi trasportare dalla storia, devo difenderla dalle mie incursioni emotive. Il lettore non deve rimanere deluso, se succede ho fallito. E allora cerco di essere freddo, asciutto, analitico. Confondendo logiche e insinuando dubbi. Un po’ come succede seguendo il personaggio di Alessio Boni nel precedente film o in questo labirinto che vedrete.

Mi dica delle figure femminili.

In un giallo e, più in generale nella vita, la donna è il centro del racconto. Si tende a credere che il protagonista sia l’uomo ma comunque l’azione si muove per “colpa” o grazie ad una donna. Nel mio cinema e nella mia letteratura le figure femminili sono chiave, complesse e precise. E qui ne incontriamo diverse: una prostituta albina, una vecchia strega, una testimone oculare e la protagonista interpretata da Valentina Bellé, una bellissima scoperta, una grande attrice.

Mi parli di Servillo-Bruno Genko.

Mentre giravo La ragazza nella nebbia pensavo che Toni potesse essere Genko. Il libro lo avevo già scritto e la sceneggiatura anche. Sul set capii che un attore così importante sarebbe stato perfetto per un personaggio così enigmatico. Di poliziotti, detective e commissari ne è piena la storia del cinema, della tv e della letteratura, ma Toni è riuscito a fare qualcosa di diverso. Ho adattato il mio Bruno Genko su di lui, quello del grande schermo lo abbiamo costruito insieme.

Come le è venuto in mente di chiamare Dustin Hoffman per il ruolo del coprotagonista. Non un cameo dell’attore hollywoodiano per fare passerella, ma “l’antagonista” a tutti gli effetti, colui che divide la scena per tutto il film con Servillo.

Guardi, ad un certo punto, bisogna anche provarci. Alle brutte ti dicono di no. Volevamo un attore internazionale per dare al film una struttura e una forza che potesse varcare non solo l’Italia ma l’oceano. Perché un thriller non ha nazionalità. E i miei produttori con Medusa mi hanno accontentato.

Perché Hoffman e che rapporto avete instaurato?

Alla prima domanda le rispondo perché è uno dei tre più grandi attori viventi e forse uno dei dieci mai esistiti. Mi tremavano le gambe ovviamente, dal primo momento in cui l’ho incontrato all’ultimo giorno di set quando finì il film e fece un discorso a tutta la troupe, era la storia del cinema che parlava. E noi stavamo lì a piangere e ad ascoltare in religioso silenzio.

Ancora, la prego.

Sono andato da lui, a Los Angeles, perché voleva conoscermi dopo aver letto il copione e voleva capire chi ero e le mie intenzioni. Un attore del genere non si concede facilmente, in questi anni ha fatto tante partecipazioni ma un ruolo da protagonista gli mancava da un po’ e l’ha concesso a me… Gli ho sempre e solo parlato della storia, senza troppi convenevoli. E ha accettato.

Cosa l’ha colpita di più?

Star di quel tipo hanno una lista di cose che possono o non possono fare, da dove e cosa mangiare, a quante persone avere intorno alla volta. Ma lui invece ha messo da parte il protocollo ed è stato uno di noi. Ho capito che, pur nel rispetto di un maestro, un attore va comunque sempre guidato dal regista. Allora ho messo da parte il suo essere leggenda: non pensavo a lui come Dustin Hoffman, e ho fatto il film. Altrimenti non ce l’avrei mai fatta.

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