Dicembre 4, 2021
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Storie italiane dell’Aspromonte

di MARIANNA LOREDANA SORRENTINO

Intervista a Mimmo Calopresti, regista di Aspromonte – La terra degli ultimi, dal 21 novembre al cinema: «Racconto la vita di uomini e donne figli di una terra abbandonata»

Aspromonte – La terra degli ultimi il nuovo film di Mimmo Calopresti, dal 21 novembre nelle sale dopo il passaggio in anteprima a Taormina, è il richiamo a voce alta di una terra rimasta troppo a lungo in silenzio. Africo, entroterra calabrese, primi anni 50: un paese intero è intento alla costruzione di una strada che non c’è e che la gente decide di costruirsi da sola, abbandonata dalle istituzioni. Un collegamento con la città di mare più vicina, di fatto con la salvezza. Una storia vera, che parla il dialetto stretto e che assomiglia a quella di tutti i luoghi ai margini del mondo, mortificati e fraintesi, dove i colori sono quelli della terra fangosa, delle pietre spaccate e del sangue delle faide, accecanti e cupi, contrastanti come la Calabria che non ha una via di mezzo, ruvida e raffinata come i greci che la abitarono. Oltre alla partecipazione straordinaria di Sergio Rubini nei panni di Don Totò “capo” del paese, nel cast spicca Marcello Fonte (Palma d’oro a Cannes per Dogman) nel ruolo del poeta che, insieme a Valeria Bruni Tedeschi (la maestra venuta dal Nord), rappresentano lo sguardo uno verso il passato e l’altra verso il futuro.

Calopresti, cosa l’ha riportata in Calabria dopo aver raccontato della Fiat, dell’olocausto, della Thyssenkrupp?

Il bisogno di capire ciò che siamo attraverso la ricerca dei nostri padri. Ci sentiamo sempre primi, come se dietro a noi non ci fosse niente. Fortunatamente anche Fulvio Lucisano produttore del film è calabrese, ha sentito la stessa esigenza ed insieme abbiamo fatto un percorso a ritroso che ci ha permesso di ritrovare quello che siamo ed ha voluto sigillare il tutto partecipando al film con un piccolo e significativo cameo. Lui ama raccontare che dopo aver girato nel fango durante intere giornate di pioggia e a piedi nudi, gli attori erano tutti contenti e lo ringraziavano per aver permesso loro di rivivere questa esperienza, il contatto con la terra. Sembra banale, ma evidentemente abbiamo bisogno di tornare ad unirci alle cose e per chi come me è nato e cresciuto per strada in un paese della Calabria, è stata un’esperienza eroica. Mettere i piedi per terra, nel senso concreto del termine, oggi è diventato necessario. Non sono di Africo, ma per me simbolicamente è la capitale della Calabria, il centro del mondo.

La strada quindi rappresenta la metafora di un riscatto.

È anche realtà, perché il problema della comunicazione c’era davvero. Le maestre che venivano assegnate lì se ne andavano perché era troppo faticoso arrivarci e vivere senza corrente elettrica. Africo è sempre stato un luogo maledetto perché isolato, gli abitanti andavano a piedi per oltre 70 km fino a Reggio Calabria. Poi durante la costruzione della strada, nel ‘51 ci fu l’alluvione e finì tutto, il paese fu abbandonato.

Il reporter che compare nel film è un richiamo alla Storia.

Nel film la figura del cronista del nord è un riferimento a Tommaso Besozzi che, nel ’48 insieme a Tino Petrelli, fu autore del reportage fotografico “Troppo strette le strade per aprire l’ombrello” su “L’Europeo”, in cui emergeva una terra fortemente primitiva. Sono trascorsi 70 anni eppure non sembrano così distanti. La Calabria è ancora ultima, lontana da tutto, non ci sono strade, medici, scuole, i problemi delle persone sono gli stessi. Non voglio fare politica né filosofia, ma mancano i diritti elementari, una normalità alla quale tutti dovrebbero poter accedere. Io ho voluto dimostrare che anche un paese sconfitto può mettersi insieme e battersi per un bene comune in maniera naturale. Molti restano colpiti dal fatto che, storicamente, in Calabria ci siano stati diversi movimenti che hanno tentato il cambiamento ed è un dovere di noi tutti ricordare che siamo stati capaci di dire no. Oggi tutto avviene per via telematica e digitale, si prende una posizione a distanza e diventare protagonisti sembra una possibilità negata.

In che direzione guarda la sua storia?

Durante le riprese Marcello Fonte ed io abbiamo costruito insieme un’ultima frase, lui ci crede veramente e lo si percepisce quando la recita. Poi c’è sempre un potere che vuole guidare la vita degli altri e Don Totò sa che per conservarlo deve far star ferme le persone, perché appena si muovono fanno paura, fanno perdere il controllo. La questione della lingua è interessante, perché la civiltà porta al progresso, ma significa anche perdere le proprie radici e non è un problema secondario.

Don Totò diventa quasi “nobile” nel suo tentativo di isolamento.

Paradossalmente vuol dire conservare le tradizioni e il dialetto, ma le persone non si possono fermare e questo ci riporta alla questione attuale dei migranti. Quando un popolo ad un certo punto della sua esistenza ha l’esigenza di entrare in movimento non si può fermare, perché quella di evolversi è un’esigenza naturale degli esseri umani. Pasolini diceva: «Che civiltà è quella in cui le persone vengono sfruttate togliendo loro l’identità?» e questo dovrebbe essere il compito di ognuno di noi, conservare dentro di sé il proprio mondo morale.

L’Aspromonte che si fa metafora di tante cose…

Diventa luogo della luce, dove ultimi non è da intendersi come “sfigati”, ma come coloro che hanno ancora un bagaglio morale da non perdere. Ciò che ci hanno tramandato i nostri padri dobbiamo custodirlo, ma non è semplice da attuare oggi mentre è in atto una delle più grandi rivoluzioni, quella della comunicazione. Non so quale sia la direzione giusta, ma è importante che tutti abbiano la possibilità di contrapporsi. Il confronto è l’unico vero grande diritto da difendere per esserci, sennò si diventa un algoritmo, un numero studiato per motivi consumistici, ma questo è un lavoro esclusivamente individuale. Io ci credo veramente nelle persone. Ciascuno deve propendere all’indipendenza ed essere capace di esistere, non ci sono vite più importanti di altre. Ognuno ha una grande vita che deve poter vivere e mi dà fastidio vedere che ancora non tutti hanno l’opportunità di scegliere.

C’è solo un accenno agli appalti fatti «per fottersi i soldi». Nonostante negli anni 50 la ‘ndragheta fosse già fortemente radicata per un’assenza totale dello Stato.

Non è cambiato niente, soprattutto nel meridione si va avanti con gli stessi meccanismi, sembra che nessuno voglia fare davvero la rivoluzione, è tutto molto gattopardesco. Nonostante non abbia voluto dare un taglio politico, perché come autore questa volta ho preferito fare un passo indietro raccontando una vicenda forte che andasse oltre quello che è il mio giudizio, inevitabilmente Africo rappresenta un’Italia che vuol costruire e non ce la fa, che viene tradita dai poteri che continuano a non occuparsi in maniera tangibile dei bisogni. Nello scontro tra la comandante della Sea Watch e Salvini, abbiamo visto tanti protagonisti, ma nessuno ha fatto parlare chi viaggiava sulla nave. Per me, che vengo da luoghi dove il significato di politica in senso greco del termine era nobile, vivo nell’ideale che il sistema metta al centro la gente e che la gente sia capace di ribellarsi per imporre il loro modo di stare al mondo, ma resta un sogno e credo che mi limiterò ancora a raccontare. Se dovessi lavorare su questa storia, non parlerei né della Capitana, né del Ministro, ma di quei volti sulla nave, loro mi interessano enormemente di più.

Emblematica la frase: «Allora siamo stati noi» con la quale la giustizia, rappresentata dai carabinieri, sembra assecondare la necessità di vendetta contro i soprusi.

La violenza è una cosa difficile da trattare e in quei posti le questioni si risolvono ancora come nel far west. Io sono cresciuto in una realtà dove tutti avevano una pistola in tasca e i duelli facevano parte del gioco. Difficile da spiegare, ma è una condizione quasi naturale, che non sorprende. Ci vorranno secoli per evolvere. Il film è il mio atto d’amore per la Calabria. Una sorta di richiamo alla fratellanza, un sogno comune, che unisce bambino e adulto, ricco e povero.

RIPRODUZIONE RISERVATA©MAPMAGAZINE NED EDIZIONI

 

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