C’è anche Salvatore Esposito, ovvero il Genny Savastano della serie-tv Gomorra, nel nuovo film di Cosimo Alemà, Zeta, in questi giorni nelle sale. Un “musicarello 2.0”, una storia hip-hop sull’ascesa e la caduta di un giovane rapper tra borgate romane, amicizie in bilico e un amore complicato (con tante guest star, da Clementino, Fedez, Tormento, J-Ax e Rocco Hunt).
Con il ruolo di Sante, rapper monolitico e imperturbabile che ricorda Notorious B.I.G, Esposito si prepara al ritorno – dall’11 maggio su Sky Cinema – dell’attesissima nuova saga dei Savastano (da cui la frase cult “Sta senza pensieri”). Senza dimenticare il cameo nello “sbancaDavid” Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

Esposito, si divide tra cinema e tv, è davvero il suo momento.

“Devo dire che passare da Genny Savastano di Gomorra al camorrista mangia mozzarelle di Jeeg Robot la strada è stata breve. Mentre quando Cosimo Alemà mi ha mostrato Sante in Zeta gli ho risposto: “Ma voi siete pazzi!”. Sono un grande fan del mondo del rap. Vengo dalla passione per il rap napoletano, ma soprattutto di quello americano. Eminem su tutti: non avrei mai pensato in vita mia di lavorare a un personaggio del genere. Mi dispiace essere arrivato a lavorazione già iniziata perché non sono riuscito a interpretare anche vocalmente i testi dei miei pezzi”.

Chi l’ha doppiata nelle canzoni?

“Tormento. Non solo: è stato il mio rap-coach, anche per la gestualità, un modo tutto loro di comunicare fisicamente. Zeta per me era una sfida d’attore perché era qualcosa che non avevo mai fatto prima, ma soprattutto il confronto con un film che sarà uno dei capisaldi per i giovani d’oggi amanti della musica, di storie d’amore e d’amicizia e della lotta per un obiettivo. Credo sia la prima volta anche per il cinema italiano trovare tutte queste cose in un solo film”.

Musica, strada e malavita tra Napoli e Roma. Che idea si è fatto della “finzione” che interpreta?

“Venendo da una zona popolare di Napoli trovo che il rap sia per questi ragazzi un modo di urlare la loro rabbia e la voglia di non essere coinvolti in quella che è la malavita. E’ un genere musicale che sta prendendo sempre più piede in Italia, significa che c’è un malessere da esprimere e quello è il linguaggio. Spero che la musica, e più in generale l’arte, possano essere un’ancora di salvezza per tutti quei ragazzi che spesso non hanno alternative e vengono circuiti in situazioni malavitose. Spesso perché non hanno altra scelta”.