Stavo girando a Barcellona. Durante una pausa mi avvicino ad un mio collega spagnolo e, trattandolo pure con un po’ di sufficienza perché nella mia testa provenivo da una capitale storica mondiale, gli dico: “Eh… por nosotros attoros è difficìl! No trabajo. E poi, viaggios su viaggios. Tournee faticosas….”. Quello mi guarda stupito e mi fa: “No, no, jò trabajo 6 mesos por un annos in un teatro che sta situato sotto la mi casa…”e io, ormai pallido: “Ah…. e… de publico, siempre plenos?”. “Siempre!” conclude. Poi, vado a lavorare in seguito a Setubal, in Portogallo, e frequento, anche fuori dal set, il mio collega attore portoghese. Una sera a cena gli dico, sempre in una sottoforma di dialogo tra una specie di Alberto Sordi e una specie di Bombolo: “Certo che por el teatro è grande crisis, nevvèr?”, e lui: “Eh, forse… ma Kenneth è stato in scena fino a settimana scorsa aquì a Oporto”. E io, pensando ad un suo amico ferramenta che fa l’attore a tempo perso, domando: “Kenneth…chi?”. E lui: “Branagh, claro. Spesso està aquì, siamo mucho amicos!”. Ora io dico, no?
Quand’è che noi capiremo che Roma ha il diritto e il dovere di essere Capitale di cultura e di bellezza? Perché non si investe nella cultura, anche come indotto di lavoro, e non si aiuta Roma a lasciare la sua penalizzante ed eterna condizione di grande provinciale? Quando giro per Roma, a me pare che il Barocco, il Classico, il Medioevo, l’Ottocento, mi guardino severi. E’ come se mi sentissi osservato. Essi si aspettano da me, da noi, un’attenzione, un rispetto, un onore, una cura che purtroppo non ricevono mai. Hanno invece questi italiani, questi romani, questi amministratori, che un po’ se ne infischiano delle qualità che hanno reso la nostra città famosa nel mondo. Questi italiani, questi romani. Un po’come un virus dentro ad un computer. Però un computer fatto di bellezza e non di linee e precisioni asettiche. Ma l’hanno già inventato un anti-virus buono?